04 novembre 2019

Ammula fòrfici e cuteddi



Arrotino,

figura tipica che andava in giro con una bicicletta su cui era montata una mola (pietra abrasiva), opportunamente collegata ai pedali mediante una cinghia, che funzionava solo quando la bicicletta era sollevata su un cavalletto in ferro.
Sopra la mola vi era collocata una scatola piena di acqua e fornita di un rubinetto.
Questo gocciolando continuamente impediva alle lame da affilare di diventare molto calde.
I coltelli, le accette, le roncole, le forbici ed altri attrezzi da taglio affidati all’ammula forfici venivano restituiti affilati come rasoi.
 Questo lavoro originariamente veniva svolto con un trabiccolo a ruota, molto pesante e ingombrante.

03 novembre 2019

" A calati o ponti "




tratto dal libro di Luigi Rogasi

 VITO PITROLO nato a Pozzallo il 6 settembre del 1891 conosciuto come "A CALATI O PONTI". Una notorietà guadagnata sulla strada, mettendo a servizio dei pozzallesi una "VOCE". 
 Un timbro inconfondibile che si faceva sentire nelle ore pomeridiane negli anni dal 1940 al 1955.
 La sua voce comunicava "L'arrivo del pesce fresco". Lo faceva senza megafono, camminava a piedi scalzi per i quartieri di Pozzallo.
 Ritmava il suo "A CALATI o PONTI" battendo il bastone per terra e con l'altra mano, appoggiata alle labbra, orientava la direzione della voce. 
Ad ogni tipo di pesce dava una tonalità giusta. "A CALATI O PONTI, trigghi e murruzzi, purpi e sicci, palummeddi e raja, cocci e lumeri, ammuru e pisci ppi bruoru, A CALATI O PONTI".
 Concludeva sempre così mentre la sua voce si perdeva in lontananza:
 "MANGIA PUOPULU CA' PATUTU" esortando i pozzallesi a mangiare e a non farsi mancare nulla dopo aver patito le privazioni della guerra. 
L'eco della sua voce era "arrivato" anche oltre Oceano, in America dove i nostri emigrati pozzallesi raccontavano di Vito A CALATI o PONTI. 
Alcune Televisioni americane arrivarono fino a Pozzallo per filmare il percorso mentre la sua voce diffondeva nei quartieri di Pozzallo che era arrivato il pesce fresco o PONTI.
 La sua voce, che era stata Colonna Sonora e che aveva saputo scandire le ore in una città che si riprendeva dalla guerra, si spense il 31 ottobre del 1961.

31 ottobre 2019

"Il cantastorie "





Dal libro di Luigi Rogasi-

Il cantastorie-
U cantastori arrivava di solito in primavera- estate e si piazzava vicino Palazzo Musso lato Torre Cabrera.
Non era mai solo l accompagnava un assistente che collaborava suonando il tamburo per avvisare la popolazione che di li a poco avrebbe avuto inizio lo spettacolo.
I cunta riguardavano in genere avvenimenti tragici avvenuti in Sicilia.
Sistemato il cartellone di legno reso stabile da un pesante piedistallo per difenderlo da improvvise folate di vento..
Nel cartellone c era abbastanza spazio per contenere numerosi quadretti ad olio o ad acquarello raffiguranti le scene i cui personaggi erano stati deliniati poco prima.
Si trattava di fatti realmente accaduti ingigantiti dalla fantasia popolare il finale doveva avere una morale e doveva interpretare i gusti del pubblico.
L ultimo rullio di tamburi avvertiva che lo spettacolo stava per iniziare mentre la gente si stringeva a semicerchio apprestandosi a seguire nel silenzio assoluto.
Le sue parole erano talmente dure aspre o dolci da influenzare gli spettatori che si schieravano già pro o contro esternando sentimenti di pietà o di rabbia arrivando addirittura a battere le mani quando giustizia era fatta.

28 ottobre 2019

" A Fabbrica ro ghiacciu "




A Pozzallo esisteva una fabbrica rò ghiacciu proprio all interno rò mulinu rà Siena.
Altro che condizionatori e freezer.
U mulinaru una persona adetta al ghiaccio passava di casa in casa con i suoi pezzi di ghiaccio, avvolti nella juta per farli durare di più, perchè in estate il sole era forte.
Portava con se' anche una piccola accetta perche le balle di ghiaccio erano lunghe e accontentava le persone che non potevano comprarla tutta.

27 ottobre 2019

" Gli Uccièri "




Dal Libro di Luigi Rogasi -

Gli Uccièri-
Come categoria a sè- esercitante cioè un piccolo commercio con l apertura di un locale indipendente dalla casa di abitazione- gli uccieri i macellai di oggi fecero la loro apparizione in un secondo tempo. Non c era molta richiesta di carne e le loro Putie rimanevano aperte solo per pochi giorni la popolazione di Pozzallo considerava il pesce come suo alimento principale.
La carne era considerata ancora un lusso da signori o per ammalati, in realtà veniva acquistata una- due volte la settimana motivo per cui i macellai restavano aperti soltanto dal venerdi- giorno della macellazzione-fino a mezzogiorno della domenica successiva.
Considerando poi che il venerdi giorno di astinenza dalla carne, mangiarne era ritenuto peccato-non restava che ripiegare su i cosi i rintra la trippa, come se non si trattasse lo stesso di carne erano invogliate dal basso costo.
Il sabato e domenica invece si poteva scegliere fra Carni i Bruòru, carni netta e carni ri sacunna. negli altri giorni l apertura delle putie dipendeva dalla disponibilità di carne invenduta in precedenza-

19 ottobre 2019

" Vavveri "




Barbiere
Il mestiere del barbiere, inteso come lo era una tempo, rimane ormai praticato in pochissimi casi nel nostro territorio.
Dopo l’invenzione del rasoio elettrico e degli “usa e getta” per radersi la barba e del “tagliacapelli elettrico”, anche quest’ultimo comodo per il fai da te in casa, il barbiere moderno è più uno parrucchiere specializzato nella cura della bellezza dell’uomo.
Una volta, invece, questo personaggio svolgeva ad interim ben altre attività: 
il dentista, l’infermiere e anche il salassatore.
Infatti, egli estraeva denti od applicava dietro le orecchie dei pazienti la mignatta, da noi chiamata ‘a sanghetta, (la sanguisuga), e poi, quando questa si staccava, la svuotava dal sangue o la buttava via. 
Caratteristica era l’attesa paziente di clienti fino a tarda sera, spesso in una piccola stanza che conteneva gli arredi indispensabili: due o tre sedie imbottite e regolabili, provviste di braccioli e poggiatesta; altre sedie normali e, una vetrina che conteneva tutti gli attrezzi e un contenitore di zinco per attingere l’acqua.
Nel periodo natalizio, il barbiere usava regalare a tutti i clienti il classico calendario profumato tascabile, che trattava argomenti di lirica, di cinema e di canzoni, ma soprattutto era arricchito da immagini spesso proibite, che destavano tanto l’attenzione di grandi e piccoli.
Nella prima pagina era evidenziato, a grandi lettere, il nome del barbiere, il luogo dove si trovava ‘u salùni (il salone, così veniva chiamato), e infine gli auguri di buon Natale e felice Anno Nuovo, le altre pagine che seguivano, erano tenute assieme da un cordoncino colorato e contenevano i mesi, i giorni dell’anno e le illustrazioni che evidenziavano la grazia e l’esuberanza femminile.
Gli uomini maturi, si premuravano di averne uno e custodirlo nel portafoglio all’insaputa della moglie, mentre gli adolescenti, con la scusa di guardare il giorno, lo tiravano continuamente fuori dalle tasche al fine di dare una sbirciatina alle pagine più licenziose.
Prima di iniziare il lavoro, il barbiere, che conosceva bene le preferenze dei clienti, chiedeva loro come desideravano fossero loro tagliati i capelli: ‘na scuzzata, (una accorciata); ‘a tunna, (rasati a zero); ‘a tedesca, (corti dietro e più lunghi davanti); all’umberta, (tutti in alto); ‘a sfumari ‘ntò cozzu (rasati con sfumatura alta sulla nuca) e lassàti cchiù longhi davanti, ecc.
Subito dopo i preliminari, tolta ‘a tistèra (il poggia testa) dalla sedia, stretta bene intorno al collo ‘a mantillina, corto mantello che serviva per protezione, iniziava la sua opera facendo abilmente uso d’a fobbicia e d’u pettinu.
Per fare la sfumatura, adoperava ‘a macchinetta, tagli capelli regolabile; per sfoltire i capelli usava ‘a fobbicia a denti; per sfilarli o pareggiarli 
‘u scardillinu, (rasoio a lama stretta); per bagnarli si serviva d’a mpullina, (ampolla di ottone) che conteneva acqua.
Infine, tolti i pila superflui d’u nasu e d’i ricchi, (i peli del naso e delle orecchie), dopo aver dato ‘na ddrizzata (una aggiustatina) ‘e mustazzi, (i baffi), spruzzava con ‘a pumpetta, (bottiglia con spruzzatore in gomma), ‘u borotaccu, (il borotalco), o cipìa (cipria), e subito lo eliminava assieme ai peli superflui rimasti, c’u spazzulinu (una pennellessa molto fine). Per radere la barba, bisognava prima ammorbidirla con la saponata per mezzo d’u pinnellu, (pennello), immergendolo nel sapone che si trovava ‘nta coppa, (recipiente di ottone).
Questa paziente operazione, veniva portata a termine da un apprendista, ‘u giùvini, il quale, quando non arrivava al volto del cliente, adoperava come rialzo ‘u banchìttu, (predella di legno).
‘U principali, (il maestro), effettuava la rasatura con ‘u rasolu, (il rasolio) affilatissimo, operazione molto delicata che comportava praticità e competenza, specialmente in alcuni punti della faccia:’u babbaròttu (il mento), e sutta o còddu, (sotto le mascelle), dove si poteva verificare qualche taglietto. Per porre rimedio a quest’ultimo inconveniente, si usava ‘u stagniasangu, (matita emostatica).
Se il rasoio tagliava poco, bastava passarlo più volte supr’a strappa, (una striscia di cuoio sulla quale si metteva una composizione di cera chimica, ‘a pasta, per renderla più liscia oppure si passava supr’a petra dì firrari, (sulla pietra dei fabbri ferrai), così ritornava affilatissimo.
Per una rasatura più profonda, bisognava fare ‘u contrapìlu, (il contropelo), mentre per evitare infezioni sulla superficie rasata, veniva passata ‘a petra lumi, minerale composto da solfato e potassio.
In epoca remota, proprio a Roccalumera nella frazione Allume, veniva estratto questo minerale, tanto da dare lo stesso nome alla frazione.
Per pulire ‘u rasolu si usavano piccoli rettangoli di carta di giornale oppure le schedine della Sisal non utilizzate.
Infine, con un attrezzo particolare munito di pumpetta, si spruzzava l’assenzu, un profumo simile al dopo barba che si diffondeva per tutta la stanza.
Il cliente era servito, mentre un altro si preparava a sostituirlo.

18 ottobre 2019

" Cartiddaru o panararu "



Cartiddaru o panararu cestaio, 

facitor di ceste, panieri e simili, intrecciando verghe di olivo, castagno, vimini, ecc, e liste di canne. Cartedda (corba) era la cesta con manici da potersi trasportare da un luogo all'altro.
U cartidduni era una delle ceste più grandi, utilizzata per il trasporto dell’uva dalla vigna al palmeto.


Gli attrezzi necessari erano un coltello, un falchetto e un punteruolo, fatto con un pezzo di canna. Un'attenzione particolare richiedeva il rivestimento delle damigiane per l'olio e il vino, in quanto bisognava rispettare la forma del contenitore e assicurare una certa robustezza, dovendo sostenere un peso che superava i 50 chili.


 Intrecciare ('ntrizzari) canne e giunchi rientrava nelle abilità comuni, per cui molti contadini vi si dedicavano nei momenti di calo delle attività agricole; in qualche caso il lavoro poteva essere svolto a pagamento, dedicando qualche rancata (una parte di giornata) a fare alcuni oggetti.
 I contadini dell'area ad ovest dell'Etna, si dedicavano anche alla costruzione dei furrizzi, sgabelli rudimentali realizzati usando tronchi di ferla, ferula (Ferula communis), stante che le scarse condizioni economiche non consentivano l'acquisto di sedie in legno.




Biagia - Silvana ❤ La Storia di Pozzallo_3 Silvana La Pira_3

                         - Silvana La Pira -

anticamacina

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