20 settembre 2020

" 'Mbriulata, la succulenta specialità contadina di Milena "



Nell’entroterra della Sicilia, tra Agrigento e Caltanisetta, si trova Milena (anticamente Milocca), un piccolo paese di 3mila abitanti dalla radicata tradizione agricola testimoniata anche dallo scrittore Leonardo Sciascia che nel suo libro “Occhio di capra” usa l’appellativo di “Milucchisi” 
come sinonimo di contadino. 
Campi di grano, coltivazioni di olive e mandorle, vigneti costituiscono la bella campagna dove si trovano tracce storico-archeologiche (non ancora ben valorizzate) delle epoche romana, bizantina, normanna e dove è interessante scoprire le robbe rurali, ovvero le abitazioni dei grossi proprietari terrieri di un tempo che costituivano “feudi pulsanti di vita e di storia”. 
Dalle robbe ai villaggi La particolarità di Milena è costituita proprio dalle robbe: a inizio Novecento queste sono state riunite in 13 villaggi che, insieme al centro urbano, formano ancora oggi l’abitato del paese. 
Le robbe prendono la loro denominazione dalle famiglie che le avevano costruite, ai villaggi invece, al momento della loro costituzione, sono stati dati i nomi di fatti e personaggi della storia italiana, come Vittorio Veneto, Cavour, Piave, Crispi, Roma, Mazzini, Garibaldi, Balilla. L’mbriulata di Milena Proprio dal carattere contadino di Milena, deriva uno dei suoi prodotti tipici. 
Si chiama ‘mbriulata e ce l’ha fatta scoprire una nostra lettrice del posto. Si tratta di un prodotto da forno che anticamente le massaie preparavano per i familiari che trascorrevano la giornata nei campi a lavorare la terra: una pasta sfoglia farcita con olive, patate, formaggio e tritato di maiale o frittuli (ciccioli di maiale). 
Gli abitanti di Milena sono molto legati a questa tradizione gastronomica, tanto che, ogni anno, il secondo venerdì di agosto, si celebra la Sagra della ‘mbriulata, per gustare questa specialità in compagnia con un buon bicchiere di vino. 
L’mbriulata di Milena Proprio dal carattere contadino di Milena, deriva uno dei suoi prodotti tipici. 
Si chiama ‘mbriulata e ce l’ha fatta scoprire una nostra lettrice del posto. Si tratta di un prodotto da forno che anticamente le massaie preparavano per i familiari che trascorrevano la giornata nei campi a lavorare la terra: una pasta sfoglia farcita con olive, patate, formaggio e tritato di maiale o frittuli (ciccioli di maiale). 
Gli abitanti di Milena sono molto legati a questa tradizione gastronomica, tanto che, ogni anno, il secondo venerdì di agosto, si celebra la Sagra della ‘mbriulata, per gustare questa specialità in compagnia con un buon bicchiere di vino. 

Mbriulata:
la ricetta Ingredienti:

Per la pasta: 
200 g di farina di semola, 
150 g di farina “00”, 
3 cucchiai di olio d’oliva, 
50 gr di strutto, 
20 g di lievito di birra, 
latte, 
sale, 
un albume.
 
 Per il ripieno:
 3 patate piccole, 
 300 g di carne di maiale tritata o di “frittuli” (ciccioli di maiale), 
 1 piccola cipolla, 
 6 olive nere snocciolate, 
 4 cucchiai di pecorino grattugiato, 
 olio d’oliva, 
 sale e pepe. 

 Preparazione

 Con le farine, l’olio d’oliva, il lievito di birra sciolto in un pò di latte tiepido e con una presa di sale, preparare un impasto piuttosto sodo e ben lavorato – se necessario, durante la lavorazione aggiungere un pò di acqua tiepida – quindi porre la pasta a lievitare per mezz’ora. 
Nel frattempo, pelare le patate, tagliarle a tronchetti e farle rosolare in una padella, con un pò di olio e sale. 
Mescolare la carne con un pò di sale e pepe. 
Ricavare dalla pasta una sfoglia dello spessore di qualche millimetro, cospargere un po’ di strutto sulla sfoglia e distribuirvi sopra le patate, la carne, le olive a pezzetti e la cipolla tagliata finemente. 
Cospargere con il pecorino e irrorare con un foglio di olio d’oliva, arrotolare la pasta sul ripieno e girarla, in modo da ottenere una spirale, quindi spennellare la superficie con l’albume sbattuto. 
Cuocere la “mbriulata” in forno caldo per una quarantina di minuti. 
Farla riposare per dieci minuti, prima di servirla.

18 settembre 2020

" La novella di Padre Sazio "

 

  Un dipinto del pittore Giuseppe Molteni

                       
  C’era una volta un parrino nel paese di Montepipi, padre Sazio Rodriguez si chiamava, che aveva due mani: una per acchiappare e l’altra per contarsi i picciuli delle offerte, dei battesimi, comunioni, matrimoni e funerali (si cuntava picciuli in ogni sacramento in buona sostanza). Uomo generoso e di buon cuore quando si trattava di apparecchiare la tavola per lui, quando invece aveva ospiti non si scordava mai di arricordare che santo Tizio, santo Caio e santo Sempronio, essendo stati timorati di Dio, vita di elemosina avevano fatto. Pane duro, formaggio addimurato e acqua di pozzo, questo era il menù fisso quando alla sua tavola sedeva un invitato; quando, al contrario, si trattava di fare il commensale in casa altrui non mancava mai di puntualizzare che ci voleva poltrona adeguata alle sue natiche da pastore, perché, oltretutto, vista la beatitudine del suo operato, e di questo non si faceva persuaso, al posto delle stigmate era stato colpito da altra piaga: come egli stesso amava enunciare in quella lingua, potendo vantare una quantomai non comprovata discendenza spagnola da nonno paterno di Saragozza, “estaba sufriendo de hemorroides”. Inoltre, prima di assittarsi, ci teneva a precisare che se non si trattava di pesce manco per le scarpe perse di Gesù Cristò si sarebbe messo a tavola; e che, almeno, se nessuno si era messo in testa di scombussolare il suo santifico stomaco, si doveva trattare di scampi, orata e bianco d’Alcamo a salire. Uomo di carità -per carità!- ma con l’unico difetto, ovviamente condizionato sempre dalla troppa rettitudine, che quando qualche morto di fame si appresentava in sagrestìa per picciuli gli diceva: “di unni vinisti di cca’? Vatinni di dda’!”; lo invitava, insomma, a non profittarsi della bontà di un servo di Dio; e, quando lo scortava sull’uscio della porta, non mancava mai di recitare tale precetto per istigare senso di colpa: “Fratello, ricordati che c’è sempre qualcuno che ha più fame di te. Tre Padre Nostro e tre Ave Maria!”. E quando suonava il telefono in piena notte, perché qualcuno era stato chiamato in paradiso senza preavviso, chiusa la cornetta, ‘na piroetta, ed esultava tipo gol di Van Basten in semifinale di Coppa Campioni. Un giorno meschino, crudele e caino, lo squillo gli cunzò uno scherzo del destino: il caso volle che a cogliersela quella notte fu Vito Bonriposo, il becchino del paese, nonché suo compagno di truffe, che stava a lui come Bonnie stava a Clyde. La mattina appresso la moglie del becchino, Assunta, Maria Catena, Addolorata, Croce di cognome, detta mala jurnata, si presentò al suo cospetto perchè prima delle vedovanze c’era da affrontare la fame dei picciriddi che rimanevano orfani di padre e di pietanze. Non ve la prendete con padre Sazio se sotto la scrivania si alzò la tunica e per scongiurare il cattivo presagio e, visto che gli mancava il sale e stava mastichiando un tozzo di pane, si getto nelle reliquie un po’ di farina di tumminia:la femmina nome troppo pesante teneva! “Patri Sa’, se parla la sottoscritta, la mettono in soffitta e buttano la chiave!” “Orsù, dunque, chi è costei”, e ogni virgola la farina di tumminia cadeva come grandine a dicembre, “per puntar dito contro chi di Dio è stato ill braccio e lo ha servito?” La donna si mise le mani nei fianchi: «per carità, patri Sa’, i vostri intenti sono buoni... se non fosse per il fatto che, zitto zitto, vi siete ammuccato Alì Babà cu tutti i quaranta ladroni!» Padre Sazio sudava, e quando sudava era chiaro che recitava; questo almeno lo sapeva chi con lui aveva ci aveva lasciato lo stipendio a carte e mangiato di malefatte. “Statti calma, torna in te, una nave è fatta di una poppa e di una prua.” e citando la parabola del figlio il prodigo aggiunse scaltramente “Figliola tu sei sempre con me è ogni cosa mia è tua”. Che cosa poteva fare a quel punto padre Sazio se non approfittare dell’ignoranza della povera vedova, che alla scuola elementare ci andava solo per pulire e spolverare?! Acchiappò un foglio bianco e, con la faccia verso il cielo rivolta a firmamento, le disse: “Figla mia, statti buona, che ti faccio testamento.” E il testamento glielo fece per davvero, ma siccome ci voleva un testimone la pregò di tornare la settimana appresso, risendosela sotto il baffi perchè con quel foglio, padre Sazio, quella sera, ci avrebbe fatto il pollo arrosto. Funerale, chiancituta e vestino nero, passarono due settimane e si fece luglio, e con esso arrivo la festa della santuzza. La donna, che era nata a Palermo, aveva un debole per la santa, l’acchianata e tutto il resto. Sicchè, che regalo poteva fare a padre Sazio per ringraziarlo di quell’opera di bene che si chiamava testamento? “Ho trovato!”, disse, “Gli porto da Palermo un po’ di babbaluci che padre Sazio è licco e non è mangiate mai”. Detto fatto, Assunta tornò a Montepipi con le babbaluci per il prete e il ringrazio non fu poco. A sera fatta, che ogni fedele s’era andato a rompere le corna a casa propria, padre Sazio si cunzò la tavola ed il piatto prelibato. Quella sera pioveva ed un fulmine s’era portato via la luce. “Poco male”, disse lui, “m’addumo una candela e mi faccio ‘na sorsata, e se vuole u Signuruzzu, si comincia la sucata”, poichè non sono babbaluci se non si mangiano sucando. Ora, che ne poteva sapere padre Sazio, e nella vita sua si era mangiato pure i piedi del tavolino, che, giusto giusto, soffriva di una fortissima allergia alla bava delle lumache? Buone erano buone, ma, appena finì di mangiare, un colpo di tosse, uno scisone, gonfiò tutto in faccia e, per colpa di uno schock anafilattico, morì a panza china. L’indomani le campane suonavano a lutto: era morto il parrino del paese. Il sagrestano, mentre tra le lacrime faceva le pulizie, trovò un foglio con il testamento: padre Sazio, lasciava tutte cose ad Assunta, Maria Catena, Addolorata, Croce di cognome, detta mala jurnata, moglie del becchino. Morale: non v’ammazzate ad accumulare perchè nel tabuto ci entra poco e forse niente.

09 settembre 2020

" La Tragedia del Moby Prince "


Moby Prince

Era la sera del 10 aprile 1991 quando, alle 22:25, la Moby Prince entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo ancorata davanti al Porto di Livorno. Nell’incidente persero la vita 140 delle 141 persone a bordo del traghetto. 

Agip Abruzzo

L’unico a salvarsi fu il meno esperto della vita di mare, il giovane mozzo Alessio Bertrand. 
In termini di perdita di vite umane, fu la più grande catastrofe della marina civile italiana in tempo di pace. 
Una tragedia che a 29 anni di distanza presenta ancora lati oscuri. 
A parlarne a Sputnik Italia è il signor 
Florio Pacini, che ai tempi della tragedia era direttore dell’Ufficio acquisti della Nav.Ar.Ma, la compagnia armatrice del traghetto. 

Florio Pacini

Quando la nave a rimorchio arrivò nel porto di Livorno, fu lo stesso Florio Pacini a fornire ai vigili del fuoco lo schema dei piani della nave e le indicazioni di accesso al traghetto, nonostante ciò ed il suo ruolo in compagnia, la sua testimonianza non venne mai presa in considerazione dalla magistratura. 
Nel 2016 il sig. Pacini è riuscito a presentare la sua versione dei fatti in tre audizioni davanti alla Commissione sulla strage del Senato della Repubblica; alla data attuale, tuttavia, anche questo atto non ha sortito alcun effetto significativo.  
— Signor Pacini, secondo la Sua versione dei fatti cos’è successo la notte del 10 aprile 1991 al traghetto Moby Prince? 
— Alle 22:14 la Moby Prince in uscita dal porto di Livorno fece rotta per 220/225° (come sempre per recarsi ad Olbia in Sardegna), quella sera sulla sua rotta (in zona divieto ancoraggio) vi era una petroliera della SNAM gruppo Agip ENI. 
Sul ponte comando della Moby cambiarono la rotta per 200/205° per passare a poppa della petroliera, lasciando sulla propria sinistra due mercantili carichi di armi ed esplosivi militarizzati da parte di un dipartimento statunitense: il “Department Of The Army Military Traffic Management Command Terminal Battalion Italy Apo New York”. 
La manovra avveniva in piena sicurezza poiché tra la poppa della petroliera e la prua dei mercantili vi era una distanza minima di oltre 1.000 metri. Sulla petroliera era scoppiato un incendio alle 22:15 e il personale stava cercando di spegnerlo con i propri mezzi (molti sono i testimoni dell’evento). L’incendio stava coprendo di fumo la rada, rendendo invisibile tutto quello che si trovava a sud-ovest. 
Dal fumo è sbucato uno dei due mercantili militarizzati e ha speronato il lato sinistro del traghetto Moby Prince, all’altezza del ponte lance/solarium (i danni sulla Moby Prince erano evidenti fin da subito). La nave investitrice obbligò il traghetto a virare tutto il timone a destra per ridurre gli effetti della collisione (come da regolamento internazionale); questa manovra portò il traghetto in rotta di collisione con la petroliera, che oltre dal fumo era stata resa invisibile da un blackout totale. 
Il ponte di comando della Moby Prince ordinò timone tutto a sinistra e macchine tutte indietro, per evitare o ridurre la gravità dell’imminente impatto. 
 — Qual è invece la versione ufficiale? — Le versioni ufficiali sono variate nel tempo: siamo passati da tutta colpa dell’equipaggio della Moby Prince disattento che guardava una partita di calcio, facendo uno slalom fra le navi in rada ed in mezzo alla nebbia (secondo questa versione principale responsabile della tragedia), alla totale assenza di nebbia ed un eroico equipaggio attento alla sicurezza ed alla incolumità dei passeggeri fino a sacrificare la propria vita. Vittima sulla Moby Prince : FLORIO PACINI Vittima sulla Moby Prince 
— Qual è il ricordo che più l’ha segnata e indotto alla sua indagine e ricostruzione? 
 — La Moby Prince era ancora fumante in rada ed il Ministro della Marina, Carlo Vizzini disse: “Appare chiaro che l’errore umano è alla base di questa tragedia”. 
Errore umano dell’equipaggio del traghetto che non poteva difendersi in quanto perirono tutti, tranne l’unico superstite il mozzo 
Alessio Bertrand. 
Questo ed altri depistamenti immediati alla tragedia mi spinsero a cercare la verità per difendere chi non poteva più difendersi e l’onorabilità di quei marittimi. Azioni di depistaggio — Secondo Lei perché questa azione di depistaggio? 
 — Per allontanare le persone dai fatti di quella notte. Come già detto, la Moby Prince si è trovata suo malgrado dentro dei traffici illeciti da coprire, perché coinvolgevano navi di una società statale e navi cariche di armi americane di ritorno dalla prima guerra del Golfo. 
 — Chi, secondo Lei, è più interessato a non far luce sulla tragedia della Moby Prince? 
 — Vista l’enorme montagna di soldi versati per coprire i fatti, praticamente tutti! Da questa vicenda in molti hanno guadagnato oltre ogni più rosea aspettativa. La cosa più strana è che alla fine non si sa chi ha pagato realmente tutti questi soldi. 
— Cosa La spinge con tanta determinazione a portare avanti la Sua “battaglia” nel voler presentare la Sua versione dei fatti? 
 — Tutti i miei amici morti nella tragedia, il rispetto per Loro e per la giustizia. Le mie conclusioni sono talmente evidenti e reali che vedere consulenti, senatori, tecnici, mass media, seppellire questa tragedia in un silenzio assordante mette una rabbia e una forza che spinge a non arrendersi. 
 — Da un punto di vista giudiziario 
il caso è stato chiuso? 
 — “Ni!” Dopo la relazione finale della Commissione sulla tragedia in Senato gli atti sono stati passati alle Procure di Roma e Livorno. 
Io ho dato la disponibilità per essere sentito dalla Dottoressa Carmazzi della Procura di Livorno la quale mi ha invitato a recarmi presso la caserma di Finanza di Livorno per essere sentito. 
Questo mi ha fatto comprendere che non si stava perseguendo la verità, ma che la si vuole ancora coprire, ancora.. dopo 29 anni. 
 — Perché afferma questo? 
 — Se la mia ricostruzione è esatta (e lo è!), la Finanza di Livorno ha almeno un agente coinvolto. 
Se avessero cercato la verità mi avrebbero fatto convocare dalla Polizia o dai Carabinieri e non da due Finanzieri e, per di più, nella caserma di Livorno. 
Ripresa del caso — Nel 2016 Lei è stato sentito da una particolare Commissione al Senato della Repubblica. 
Ci sono stati dei risultati in seguito alle Sue audizioni? 
 — Qualche passo in avanti è stato fatto, si poteva certamente fare di più. Gli elementi erano lì, evidenti, ma si è preferito il classico cerchio/bottismo. 
Del resto il presidente della Commissione 
Silvio Lai mi fece presente che le mie dichiarazioni disturbavano la Marina Militare e m’invitò a non fare nomi. 
Anche se quei nomi sono responsabili della morte di 140 persone. — Quali sono le sue aspettative su questo caso? 
 — Che si arrivi alla verità in un modo o nell’altro, che qualcuno mi affianchi e continui la lotta dopo che non ci sarò più. 
Alla fine, dopo la conferma della verità, vorrei che il presidente della Repubblica riconoscesse la medaglia d’oro al Valor Civile all’equipaggio della Moby Prince e revocasse l’onorificenza di Commendatore della Repubblica ad un cattivo servitore dello stato come Sergio Albanese, comandante della capitaneria di Livorno ai tempi della tragedia, secondo me, il primo responsabile della morte di 140 persone innocenti, tra cui una bambina di appena un anno. 

19 agosto 2020

" Don Miliu Amenta "




di Francesco Blandino

Uno dei personaggi che hanno fatto la storia di Pozzallo è, 
Don Miliu Amenta. 
Pioniere dei cantieri navali, maestro d'ascia e, uomo sensibile dal portamento nobile. 
Insieme al figlio Enzo, il suo cantiere, che poi non era altro che una grande rimessa in legno, sugli scogli della "Balata" o, se preferite, "Valata" 
Il suo nome deriva dal fatto che i suoi scogli, discoscesi e levigati, la facevano sembrare una "valata ri mammuru" utile, per il varo di barche e bastimenti. 
Ancora oggi è possibile vedere i solchi sugli scogli procurati dalle grosse cime dei velieri e, gli scambi di legno incastrati a ridosso di una piccola rimessa di pescatori. 
Poco più distante, ferri arrugginiti di un vecchio pontile, spuntano dall'acqua a testimonianza di un passato ricco di storia e di ricordi. 
Un pontile che era il punto di imbarco di mercanzia sui bastimenti. 
Così come più avanti di qualche centinaio di metri, un' altro rudere in pietra testimone di un'altro imbarcadero a ridosso dei "maiazze' ora, istituto nautico. 
Don Miliu è stato anche un punto di riferimento per tanti ragazzi che volevano imparare l'arte nel sapere costruire o, riparare un'imbarcazione. 
La sua mitica vespa bianca era un simbolo, un biglietto da visita. 
Se la vedevi al cantiere, lui era là ha lavorare in caso contrario, ripassavo più tardi. 
Non c'era bisogno "ri spiare se c'era o no'. 
Pozzallo, questo è un mio personale pensiero, dovrebbe ricordare Don Miliu, con una stele sul posto dove sorgeva il cantiere considerato che, la zona sarà interessata ad una riqualificazione. 
Personaggi come Don Miliu Amenta sono da esempio per le nuove generazioni e ricordi per coloro che l'hanno conosciuto apprezzandone le sue qualità umane.


 Cantiere di Don Miliu







10 agosto 2020

"Personaggi caratteristici di Pozzallo"


 di                                                      
francesco Blandino

Come tutti i piccoli paesi, Pozzallo ha avuto personaggi caratteristici che hanno fatto la storia per il loro modo di fare e, la loro personalità. 
Personaggi che hanno accompagnato la nostra infanzia tra paure e certezze. 
Non me ne voglia qualche familiare se uso "'ngiurie" o sopranomi come venivano conosciuti, era il modo per etichettare il personaggio. 
Uno di loro mi metteva paura e curiosita', era "PIPPINU faccia tagghiata". 
Un signore che girava con una vistosa fasciatura sul viso quasi a coprirlo del tutto lasciando sul lato sinistro a malapena, lo spazio per il becchino con la sigaretta. 
Si diceva che andava in giro a catturare galline per poi rivenderle a volte ai proprietari stessi. 
Quel suo viso deturpato e il suo modo di guardarti, metteva "scantu" in noi ragazzini tant'è che non appena lo si avvistava. c'era un passa parola. 
"TURIDDU a' lia", era uno rà Vanedda Vicci, un ragazzone buono e modesto nei modi di fare. La sua fissazione era quella di sentire il ticchettio dell'orologio che portavi al polso e chiedere per questo suo servizio à lira. 
"UGGHIEMMU ogghi ma pigghiu e rumani ba puottu" era un artigiano del legno che girava con una ruota cà facia scruscio per attirare l'attenzione delle casalinghe. 
I suoi "lasagnaturi" (bastoni che servivano per stirare la paste delle scacce) e le "maidde" (contenitori per asciugare u' strattu) erano i lavori che andavano per lo piu'. 
"PIETRU à pasta" era il personaggio che, aggirandosi per il paese, chiedeva un piatto di pasta per soddisfare la sua sfrenabile voglia di mangiare accontentandosi di un piatto di pasta che allora, era il piatto per eccellenza sulle nostre tavole.

Pietro a Pasta

 "'NTONIO a' tanga", un signore che svolgeva qualsiasi tipo di lavoro a volte anche faticoso dietro ricompensa. Si sussurava che fosse ricco e che il suo conto in banca era cospicuo ma che viveva in un modo inusuale lasciandosi dietro un alone di mistero. 
C'erano poi i venditori ambulanti con le loro mercanzie che giravano per il paese proponendo merce di utilizzo comune come per esempio il sale. 

"U ' Salaru

"U' SALARU", il sig. Denaro, tra l'altro ancora in vita, era uno dei due commercianti di sale insieme a "Pieri ri puorcu" il sig. Azzarelli entrambi, giravano con il loro carretto trainato rò sciccarieddu per le viuzzue di Pozzallo proponendo il prezioso alimento bianco e, a volte, qualche altro prodotto come il formaggio. 
"TARANTELLA" era un commerciante della vicina Rosolini, proponeva pizzi e merletti oltre a qualche "staccu ri robba", il suo modo allegro e spassoso gli valse il sopranome.

Corrado Tarantella

 "DON PIPPO carte e buste" un omone tarchiato proponeva invece una mercanzia piu' raffinata, carte e buste per lettere di tutti i colori e per ogni esigenza. 
L'unico difetto che, ogni qualvolta lo chiamavi per vedere o acquistare la merce, piddia mezza jurnata ha raccontarti storie e anedoti. 
In quel tempo si usava, sopratutto per chi aveva figlie femmine, di conservare i capelli che rimanevano sul pettine, a volte veniva usato chiddu strittu per eventuali "prucci", per poi scambiarli che "zingari" in cambio di frutta di plastica o di altri prodotti come aghi e spagnolette. 
Si diceva che li utilizzavano per le bambole per la loro capigliatura. 
Bambole che erano presenti in certe abitazioni messe in bella mostra sopra il letto matrimoniale una volta "cunsatu" che cosce larghe ppi tenire ritte. 
Ci sarebbero altri personaggi più o meno folkoristici che hanno accompagnato la nostra infanzia ma, ho voluto soffermarmi su quelli che hanno destato la mia curiosità di bambino. 
Altri personaggi che mi sovvengono in mente non mi ricordo e, chiedo scusa a chi magari ricorda.

07 agosto 2020

Matrimonio - Marchesi Tedeschi -Rosalia Nocera Aliotta



Fra i matrimoni più importanti del secolo XIX quello celebrato, l'8 gennaio 1898, a Gela ( Terranova) nella chiesa Madre, tra Rosalia Nocera Aliotta ed il marchese Corrado Tedeschi Polara. 
 Questo il testo dell'invito " Il commendatore Antonino Nocera e Clorinda Aliotta Mallia partecipano il seguito matrimonio della loro figlia Rosalia col Marchese Corrado Tedeschi Polara - 
Il senatore comm. Michele Tedeschi e la Marchesa Concetta Polara partecipano il seguito matrimonio del loro figlio Corrado con la Signorina Rosalia Nocera Aliotta .- Marchese Corrado Tedeschi Polara e Rosalia Nocera Aliotta Sposi - Terranova di Sicilia, 8 Gennaio 1898". 
" Ventanni lui, diciannove lei. 


Nella Sicilia dell'800 giusta per lui era 28. Per lei 18. " Omu di vintottu, e fimmina di diciotto " Nel XIX secolo, nel mondo contadino, era quasi un obbligo per una ragazza essere sposata a 20 anni, altrimenti veniva considerata vecchia. "Fimina a diciott'anni, maritala o la scanni" Oltre 400 gli invitati al matrimonio Tedeschi Polara-Nocera Aliotta. Nobili, ricchi e potenti delle province di Ragusa e Caltanissetta. Numerosi anche gli invitati provenienti da Noto. Il banchetto nuziale fu preparato a Gela in uno dei più belli palazzi di proprieta' del padre della sposa, costruito su tre piani, esteso su circa 2000 metri quadrati. Nella città della Contea ed anche a Pozzallo i festeggiamenti durarono sette giorni. Il menù fu preparato dal monsù cuoco francese della famiglia della sposa. I nobili dell'epoca, specialmente nelle grandi occasioni, consumavano cibi preparati secondo le regole dell’alta cucina francese. In occasione del matrimonio della figlia, il commendatore Antonino Nocera dispose che il menù fosse arricchito anche con pietanze dai sapori più forti, in onore alle nostre tradizioni. Il monsù di casa, con la collaborazione di cuochi francesi e siciliani, elaborò pertanto cibi particolari, serviti con salse raffinate come la bechamel o con sughi robusti preparati per insaporire le carni e i timballi di pasta, mentre ai delicati consommè vennero affiancati saporosi brodi di pesce. Musica e balli fino a tarda sera allietarono il grande evento. La coppia andò a vivere in un palazzo nobiliare costruito al centro di Modica, città dello sposo, ove era nato l'11.04.1878. Lei era una donna colta. Si interessava di arte, letteratura, musica teatro, sport. Animo sensibile e generoso, durante la prima guerra mondiale aiutò le famiglie dei militari, i mutilati, le vedove, gli orfani di guerra, i bisognosi. Dal matrimonio nacquero quattro figli: Mimy, Linda, Nino e Bebe. Morì il 30 aprile del 1922, a 43 anni. Rimasto vedovo, il marchese Corrado Tedeschi, che assieme alla famiglia in estate veniva a villeggiare a Pozzallo nella omonima Villa ora di proprietà del Comune, si dedicò alla politica. Al posto del sindaco decaduto, il Prefetto lo nominò Podestà di Pozzallo. La città deve molto all'azione amministrativa del marchese Corrado Tedeschi: ampliò il cimitero, realizzò l'acquedotto, fece rafforzare il pontile di pietra, iniziò i lavori per la costruzione di Piazza delle Rimembranze, donò al Comune il terreno di sua proprietà ove sorge il Municipio e la Villa Comunale.
 Morì nella città marinara il 27.12.1957.

06 agosto 2020

"u' palazzu ri don Franciscu Aprile "

di Francesco Blandino
mia foto - Antonio Colombo

La nuova generazione o, se preferite, i giovani d'oggi, non sanno che anche Pozzallo 
ha avuto i suoi Don Camillo e Peppone. 
Non proprio come i personaggi descritti da Guareschi ma....... Corso v. Veneto è stato da sempre la via commerciale della nostra città. 
Difronte all'ingresso principale dell'attuale scuola media Rogasi, c'è un grande palazzone conosciuto come, "u' palazzu ri don Franciscu" Don Franciscu, era un uomo dalla piccola statura ma, dalla parlantina sciolta e ammalievole. 
Originario della vicina Rosolini, veniva nel nostro paese, come tanti ambulanti, ha vendere tessuti, tendaggi, biancheria e quant'altro. 
Si dice che, con il suo carrettino trainato ro sceccu, girasse per le viuzze proponendo la sua merce ed appunto, la sua sciolta parlantina, conquistava la gente. 
L'idea di acquistare un lotto di terreno proprio al centro del corso, si rivelò una scelta azzeccata. Nacque così "Francesco Aprile & Figli" Punto di riferimento non solo in provincia ma, anche nelle zone limitrofe, il negozio soddisfava le esigenze dei clienti. 
All'inizio dell'attività, il negozio proponeva oltre ai tessuti, tendaggi e biancheria, 
il reparto uomo e donna. 
Con il passare degli anni, si ebbe una connotazione precisa. 
Al piano terra, il reparto uomo e giovane dove, Pippo e Nino, i due figli, erano il punto di riferimento per i clienti. 
Alla sx una ampia scala conduceva al secondo piano il regno del sig. Cannata (genero) e della moglie Concetta (figlia). 
Una sorta del Paradiso per le signore. 
Abiti da sposa, pellicceria, abiti per cerimonia e quant'altro. 
Una scala interna portava ad un piccolo laboratorio sartoriale, regno incontrastato, della sig.ra Santina e delle sue apprendiste. 
Proprio di fronte, sulla destra ad angolo, c'era il negozio del sig. Minutola conosciuto come "U' biondu" Un grande negozio su due piani di abbigliamento. Gestito dallo stesso "biondu" e dalla sua consorte, una signora dall'aspetto imponente e per certi versi autoritario. 
Spesso, soprattutto nei pomeriggi d'estate, era solito notare don Franciscu da una parte e, U' biondu dall'altra, stuzzicarsi con velate battute. 
I due non andarono mai d'accordo anche se, un sottilissimo filo di parentela li univa. 
 Infatti, Nino il figlio di don Franciscu, aveva sposato una Giardina, sorella di Michele, noto giornalista e scrittore che a sua volta aveva sposato una figlia ro' biondu. 
L'avvento dei centri commerciali ha ridotto l'attività fino alla chiusura totale dei due negozi. 
Per chi ha vissuto quegli anni, un ricordo indelebile, resterà nel ❤️.....

Biagia - Silvana ❤ La Storia di Pozzallo_3 Silvana La Pira_3

                         - Silvana La Pira -

anticamacina

10