15 giugno 2020

L'isola delle Correnti


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L'isola delle Correnti ha una particolarità che la rende unica: la si può raggiungere a piedi con il mare che, al massimo, arriva alla vita. 
È davvero un'emozione da provare «Terra di Sud, terra di confine, terra di dove finisce la terra» sono le parole di Vinicio Capossela in preda ai tremori del suo coinvolgente ballo di San Vito che sembrano descrivere alla perfezione uno dei luoghi più suggestivi della Sicilia: 
l'Isola delle Correnti, un fazzoletto di appena diecimila metri quadri di superficie i cui confini separano da un lato lo Jonio e dall'altro il Mar Mediterraneo. 
Un po' come trovarsi sul meridiano di Greenwich con un piede da un lato e uno dall'altro. 
 Ci troviamo nel comune di Portopalo di Capopassero, un paesino minuscolo immerso tra le campagne di coltivazione del pomodoro ciliegino IGP, in provincia di Siracusa, che attira migliaia di visitatori ogni anno sia per il suo lungo e meraviglioso litorale sabbioso che per quest'isola collegata alla terraferma - che in questo caso sono due meravigliose spiagge di dune dalla sabbia finissima - da un braccio artificiale. 
 Sull'isola non c'è molto, ed è proprio l'essenzialità di questo luogo a renderlo imperdibile. 
La flora è minima. 
Qualche cappero, arbusti mediterranei, piante di porri selvatici e fichi d'India. 
Il passaggio dell'uomo è testimoniato da un'antica postazione militare abbandonata, oggi in mano a vandali e innamorati che lasciano messaggi d'amore e d'odio sulle pareti dell'edificio in rovina, e da un faro della Marina Militare automatico che illumina la notte grazie a due pannelli solari. 
 In questo luogo la presenza dello Ionio e del Mar Mediterraneo permette ai visitatori di avere, quasi sempre, una spiaggia battuta dal vento e l'altra unicamente dal sole. 
La si può raggiungere a piedi o a nuoto - onde, marea e correnti permettendo - e si presta a diverse attività, che vanno dal surf allo snorkeling (a nuoto è facilmente raggiungibile il relitto di una nave da carico situato tra la spiaggia dell'Isola delle Correnti e Carratois). 
 Nel litorale antistante l'isola si trovano lunghe spiagge dalle acque cristalline e panorami che, per la loro particolare vegetazione richiamano alla mente paesaggi esotici. 
Sulla terraferma è inoltre presente una targa commemorativa donata dal CAI. 
Questo luogo coincide, infatti, con l'estremità meridionale del trekking più lungo del mondo, il Sentiero Italia, 6.166 chilometri di cammino da Trieste all'isolotto, attraversando Alpi, Appennini e tutta la penisola italiana. 
 È l'ideale per chi vuole rilassarsi a diretto contatto con la natura, lontano da luoghi affollati e chiassosi, ma è anche meta preferita di flussi migratori di uccelli provenienti dalle coste sudafricane che in primavera si riproducono in Italia e di tartarughe caretta caretta che depongono le loro uova tra le dune della spiaggia antistante. 
Non di rado si trovano "recinti" che segnalano agli avventori di fare attenzione a dove mettere i piedi. Ma è importante ricordare che questo è anche mare di migranti. 
Portopalo, nel 1996, è stato scenario di uno tra i più grandi disastri del Mediterraneo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e rimase tale sino al naufragio di Lampedusa del 2013. 
Una vecchia nave di legno, gravemente sovraccarica dal trasporto di clandestini provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka, affondò causando la morte di almeno 283 persone. 
Una tragedia che viene ricordata come il "naufragio fantasma". Questo luogo di incontro di mare, di venti e di correnti non è solo un paradiso naturale, ma è e deve essere ricordato soprattutto per quel che rappresenta: un punto di commistione di culture, un passaggio storicamente aperto di popoli che hanno contribuito a rendere la Sicilia ciò che è adesso.


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12 giugno 2020

Come i nonni costruivano piccoli oggetti in legno


Pialla

La lavorazione del legno è stata una delle prime arti dell’uomo: dalle clave e dalle lance agli albori della civiltà, agli aratri usati nell’agricoltura, agli sgabelli a tre gambe fino alle complesse strutture dell’epoca moderna.
Prima degli anni 1930-40 quasi in ogni famiglia vi era un falegname, o comunque qualcuno che sapesse lavorare il legno.
Al Coindo di Condove il fratello di mio nonno Cordola Michele (1846-1929) era un buon falegname, e non aveva appreso il mestiere dal padre ma lo rubava con gli occhi dagli altri cioè attraverso el’osservazione attenta, l’imitazione e il buon senso,
come tutti i falegnami del passato lavorava tutto a mano.
A mano abbatteva, segava e trasportava i tronchi.
In un angolo della casa aveva costruito un banco da lavoro con la morsa sempre di legno, per poter stringere e tenere fermo il legno da lavorare.
Questa parte della casa era sempre ingombra e disordinata.
Almeno così appariva, in terra c’era sempre segatura e trucioli di diversa grandezza e dimensione, a seconda del legno, del pezzo e della pialla.
Alle pareti erano appoggiate travi, travicelli e arnesi attaccati ai chiodi:
seghe, trapani a mano e via dicendo.
Il legno usato era quello locale: principalmente il faggio, il frassino, il castagno e il maggiociondolo, legni resistenti utilizzati sia per sgabelli e panche che per la costruzione di attrezzi agricoli e slitte. Coi suoi lavori Michele riempiva le lunghe giornate invernali alla luce di una candela o della lampada a petrolio preparando gli attrezzi per trattare il legno ricavandone gli strumenti ed oggetti necessari per le attività quotidiane come sgabelli, gerle, slitte, ciotole, sporte, stampi per il burro e forme per le tome. Di sudore ne colava parecchio.
A quell’epoca i pochi mobili di una famiglia erano costruiti in proprio.
Si trattava di arte povera limitata alle cose essenziali cioè armadi, sedie, tavoli, cassapanche, sgabelli e tutto ciò che poteva servire in casa, con un lavoro di pialla e scalpello.

10 giugno 2020

Un solo medico per i lavoratori marittimi di Pozzallo. Prima erano due

 

Un solo medico per i marittimi di Pozzallo, mentre prima erano due. Sempre più complicata la situazione che da parecchi mesi sta interessando i lavoratori marittimi Pozzallo.


A lanciare l'allarme è Nino Giannone responsabile della Fit Cisl area marittimi di Ragusa Siracusa, che sottolinea come dal maggio 2019 a garantire il SANS (Servizio Assistenza Sanitaria ai Naviganti) vi è solo un medico, quando precedentemente erano due

Nonostante l'encomiabile impegno dell'unico ed attuale medico, la situazione non è più sostenibile con code interminabili per visite di pre- imbarco e visite biennali, oltre alle normali visite di malattia.

" Il tutto - aggiunge Giannone - tra pochi mesi potrebbe aggravarsi visto che l'unico medico incaricato dovrebbe andare in pensione e si prospettano possibilita' che non verra' sostituito, pertando, i disservizi che si presenteranno saranno maggiori.


Inps marittimi sempre più abbandonati, 
a Pozzallo un solo medico 
per i lavoratori marittimi (prima erano due).
A Napoli L'Inps continua a non pagare i lavoratori in malattia.


La repubblica Italiana è fondata sul lavoro. Il diritto al lavoro è un diritto fondamentale per ogni cittadino, come è un diritto essere curato quando si è in malattia ed essere retribuito nel suo periodo di non lavoro.

Ebbene nel leggere queste poche righe sembra che per i lavoratori del mare questa regola non esiste sia quando la fortuna di poter lavorare, sia quando la sfortuna di essere ammalato.

Abbiamo più volte pubblicati articoli di marittimi che in alcune zone d'Italia, per essere curati o farsi prescrivere qualche medicinale sono costretti a percorrere Kilometri dalla loro abitazione,e il motivo era o per chiusura sede del proprio luogo, o mancanza di medico fiduciario.

Cisl Nino Giannone che sottolinea come da maggio 2019 a garantire il servizio sanitario per i lavoratori marittimi c'è un solo medico quando precedentemente erano due. 
Tra pochi mesi questa situazione potrebbe addirittura aggravarsi in quanto il medico incaricato 
andra' in pensione e si prospetta la possibilità che non venga sostituito.

Situazione diversa a Napoli dove i marittimi denunciano che da mesi dall'Inps di competenza non ricevono soldi, ma quello che più grave non riescono neanche a sapere i motivi.

A dirte il vero pochi giorni fa' l'Associazione dei Marittimi del Futuro (associazione di Torre del Greco) il presidente Vincenzo Accardo era riuscito ad avere un incontro con il dirigente responsabile dell'Inps di Napoli e tra le varie cause dei mancanti pagamenti gli era stato detto che causa pandemia gli addetti dell'Inps sono stati costretti a lavorare in formato ridotto e chi addirittura da casa, ma poi c'erano dei problemi anche sulla spedizione del cartaceo. 
L'Associazione dei Marittimi si e' fatta garante per inviare all'INPS le certificazioni 
per tutti i loro soci e nello stesso tempo di controllare le varie pratiche che da mesi non vengono liquidate e per capire i veri motivi..

07 giugno 2020

S/S Duca D'Aosta


Prof.  Antonio Carmelo Monaca



25 gennaio 1921 S.S. Duca D'Aosta in partenza da Genova, Italia Il 25 gennaio 1921 - Navigando sulla S.S. Duca D'Aosta da Genova, Italia verso gli Stati Uniti d'America, Port New York. Manifesto per le famiglie che viaggiano insieme da Dernice, Montacuto, Fabbrica Curone - Alessandria, Italia. 




 3 gennaio 1920 – Porto di Napoli 
La S/S Duca d’Aosta si appresta a levare gli ormeggi. 
La società Navigazione Generale Italiana dal 1914 al 1921 utilizzò questa nave sulla linea Genova – New York. 
Poteva trasportare 80 passeggeri in prima classe, 16 in seconda e millesettecentoquaranta in terza classe. 
La terza classe era “…dolore e spavento e puzza di sudore dal boccaporto e odore di mare morto” come la descrive De Gregori nella sua Titanic. 
Era la classe dei poveri, spesso dei disperati, di chi sperava di trovare in America la fortuna che l’Italia non era riuscita a dare. 
Un pozzallese, uno dei tanti, era già stato in America e lì aveva lasciato la moglie, Antonia Salonia. Era rientrato a Pozzallo per sistemare alcuni affari di famiglia e con la Duca d’Aosta ritornava a casa. Dopo il matrimonio, nel 1910, era partito con la moglie, il fratello e la cognata. 
A new York abitava al n. 151 di Union Street, la strada dei pozzallesi. 
Aveva trovato un lavoro dignitoso che gli permetteva di guadagnare il necessario e, con qualche sforzo in più, metteva soldi da parte per poter, un giorno, mettersi in proprio. 
Cosa può fare un pozzallese senza scuola, senza un mestiere, senza particolari abilità in una terra, in una metropoli che richiamava disperati da ogni parte del globo illudendoli con l’ormai famoso sogno americano? Il “camallo” può fare, lo scaricatore di porto, il “longshoreman”, come lo chiamano gli americani con il loro inglese cantalenante. Partita il 3 gennaio, forte delle sue caldaie che le permettevano di viaggiare a 16 nodi (circa 30 Km/h), la Duca d’Aosta arrivò a New York il 25. 
Il pozzallese Giovanni Colombo figlio di Ignazio, sarto, e di Emmanuela Vindigni, donna di casa, si ricongiunse con la moglie ed il fratello. 
Trasferì la residenza in una nuova casa, al 121 di President Street, parallela della Union Street per avere più spazio e più intimità. 
Riprese il suo lavoro al porto e, per guadagnare di più, accettò di fare i turni di notte. 
La mattina del 13 marzo, alle 3, al porto di Staten Island, Contea di Richmond, New York, Giovanni si trovava su un bastimento a vela, sul bordo di uno dei boccaporti della nave impegnato a controllare il lavoro dei bighi di carico. 
Certo l’illuminazione non era quella di cui dispongono i porti moderni, i turni di riposo non erano codificati come oggi, le norme antiinfortunistiche non erano così stringenti e vincolanti per le ditte che si occupano di scaricazione delle navi, fatto sta che Giovanni si sporse un po’ più del dovuto per meglio guardare il fondo della stiva, perse l’equilibrio, cadde. 
Il suo corpo di fermò su una cassa 10 metri più in basso. 
Fu immediatamente soccorso ma non c’era più nulla da fare. Trasportato all’Ospedale di Staten Island, i sanitari ne constatarono il decesso dovuto a frattura della terza vertebra cervicale con conseguente emorragia per rottura della carotide. Fu sepolto nel cimitero di Linden Hill. 



(Foto da Google Maps. La prima 151 Union Street, la seconda 121 President Street, la terza la Duca d'Aosta)

06 giugno 2020

Salvatore Giuffrida





Luigi Rogasi Pozzallesi del xx secolo

 SALVATORE GIUFFRIDA
 Rino, maestro elementare 
Pozzallo, 25 marzo 1922 Ispica, 8 febbraio 1993 
Salvatore Giuffrida Figlio di Giuseppe Giuffrida e di Concettina Barone, Rino frequentò le Scuole Elementari a Pozzallo e l’Istituto Magistrale a Modica, dove si diplomò maestro nel 1942: in pieno periodo bellico, nella speranza di trovare lavoro, si trasferì a Bologna, invitato da uno zio colà residente, grazie al quale fu assunto come Applicato in Comune a partire dal 1º settembre 1943. 
Rimase comunque nella città felsinea soltanto due anni, rientrando a Pozzallo a fine maggio 1945, abbandonando quindi anche la Facoltà di Economia e Commercio "Ca’ Foscari" di Venezia dove si era iscritto al suo arrivo a Bologna Trovandosi però senza lavoro, decise di riprendere gli studi presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, incontrando tuttavia non poche difficoltà per raggiungere il capoluogo campano: nell’attesa di una supplenza nella scuola elementare, si convinse allora di restare a Pozzallo cominciando ad osservare passo passo l’avvio dei primi movimenti politici, che da noi erano in fermento fin dallo Sbarco Alleato in Sicilia, decidendo alfine di prendervi parte, visto che ne avvertiva senza dubbio il fascino. 
 In un primo momento aderì al Partito Repubblicano Italiano, tuffandosi nel dibattito politico, con una grinta tale da farne un oratore facondo e coinvolgente: al tempo del Referendum Istituzionale del 2 giugno 1946, si schierò logicamente per la Repubblica, poggiando le sue tesi su argomenti legati alla nostra storia risorgimentale verso la quale era spinto da una particolare predisposizione. Vittorio Emanuele II e Cavour non gli piacevano, mentre Garibaldi e Mazzini lo affascinavano: gli uni e gli altri, erano comunque il cavallo di battaglia sul quale riusciva a condurre sempre i suoi interlocutori, a volte in mezzo al Corso o in Piazza Municipio, circondati da gruppi in ascolto. Già dai tempi della scuola, la nostra storia nazionale era sempre stata la sua materia preferita, approfondita via via su libri più completi, motivo per cui i suoi dibattiti pubblici venivano seguiti con interesse crescente. La scelta della forma repubblicana gli recò peraltro motivo di soddisfazione, ritemprando le forze per nuove lotte, dalla parte questa volta del Partito Socialista Lavoratori Italiani prima e del Partito Socialista Italiano poi, ritenuto da lui come il più adatto a sostenere le idee socialiste in maniera più incisiva. Idee chiare che sapeva analizzare e presentare con convinzione nei comizi che si tenevano allora in Piazza Rimembranza sempre con maggiore frequenza: battagliero come sempre, fiero delle sue idee, non indietreggiò mai dinanzi ad interlocutori altrettanto battaglieri e, soprattutto, di un certo spessore politico. Perché Rino Giuffrida aveva la politica nel sangue e sapeva viverla con passione, guardando al futuro con mille speranze.


 Salvatore Giuffrida Quanto sopra non lo distolse tuttavia dal lavoro: il 22 gennaio 1949 aveva infatti cominciato il suo insegnamento a Pozzallo, mettendo nel suo impegno quotidiano quella carica umana che è propria degli uomini di scuola.
 Il rapporto docente-discente era improntato nel rispetto di ognuno, aiutando le coscienze a crescere, abituando i più piccoli al ragionamento, spronandoli alla lettura, allo studio serio, alle deduzioni personali, all’amore per il prossimo, alla socializzazione: era, soprattutto, amico dei suoi ragazzi, mentre i colloqui con le famiglie erano sempre aperti e cordiali. 
 Amava fra l’altro la scuola all’aperto perché gli offriva l’occasione di parlare della bellezza della campagna nelle varie stagioni, del mare e dei marosi, del volo dei gabbiani, delle corse degli animali, della creta di Pietre Nere e della sabbia fine e dorata delle nostre spiagge: perché è lí che li portava, a Pietre Nere, a Raganzino, alla Balata, al Caricatore, luoghi cari alle generazioni che nell’arco dei secoli si sono succedute nella nostra cittadina. 
 Alle sue qualità di docente scrupoloso, bisognava anche aggiungere l’intuito del giornalista che seguiva e registrava puntigliosamente la cronaca locale con articoli che venivano pubblicati sui periodici della provincia ed oltre. 
Ma la politica restava tuttavia il suo cavallo di battaglia: eletto Consigliere Comunale nelle Amministrative del 1946, diventò Assessore e Vice-Sindaco quando Sindaco pro-tempore era Vincenzo Romeo, affrontando con lui l’emergenza tifo. 
 Il suo fu un impegno politico-amministrativo ben variegato, a cominciare da quello per il porto ai problemi della scuola locale, dai primi fondi per la Biblioteca Comunale all’apertura del Centro di Lettura, dai problemi dell’acquedotto ai lavori per il nuovo Ufficio Postale di via Enrico Giunta, senza trascurare peraltro i Servizi Sociali che crescevano di pari passo con l’evolversi dei nuovi problemi legati alla nostra cittadina. 
 Ed agiva suggerendo prima le idee che, con fare battagliero, sosteneva poi nelle sedute del Consiglio Comunale: fu capo dell’opposizione invece quando l’Amministrazione Civica era Democrazia Cristiana, mirando sempre al bene di Pozzallo, città alla quale era molto legato. 


 Salvatore Giuffrida Sempre aggiornato sugli avvenimenti nazionali, abituato alla lettura, dalla memoria incredibilmente ricca di ricordi, sorprendeva quasi sempre per la nitidezza di date e dati su cose e persone che in qualche modo avevano suscitato eco nella sua vita. 
 Queste sue qualità subirono purtroppo una brusca frenata: la vita gli aveva riservato infatti delle sorprese che l’avrebbero tormentato in maniera sempre più amara. Dei sintomi di alienazione cominciarono ad alterare la realtà ed a rendere la sua mente quasi inerte, anche se sprazzi di memoria arrivavano e sparivano nello spazio di pochi attimi: in uno di questi rari momenti di lucidità, il 28 marzo 1970 si dimise da Consigliere Comunale ed il 13 novembre 1972 dalla Scuola. 
 Due passioni, la politica e la scuola, che avevano dato alla sua vita grandi soddisfazioni che tuttavia non era più in grado di gestire. 
 Maturava intanto in lui il desiderio di raggiungere Bologna in un inconscio desiderio di stare accanto allo zio Giovanni, della cui rassicurante protezione sentiva il bisogno: nel 1972 decise di prendere il treno, portandosi dietro la madre ed il fratello, la sua famiglia. Sopraggiunta la notte, senza motivo alcuno, decisero improvvisamente di scendere a Salerno proprio quando imperversava un violento nubifragio sulla città. Non sapendo dove andare, trovarono rifugio nell’androne di un palazzo vicino alla Stazione Ferroviaria, dando cosí inizio ad un calvario senza fine: a notte fonda, Rino cominciò a dare in escandescenze, obbligando una camionetta della Polizia a fermarsi per controllare la situazione. Dopo un sommario interrogatorio, il gruppo venne accompagnato all’Ospedale Psichiatrico di Nocera Inferiore: rendendosi tuttavia conto che avevano perso la loro libertà, Rino inviò petizioni su petizioni alla Magistratura locale, chiedendo con forza il rilascio suo e dei suoi, nel rispetto dei diritti civili garantiti dalla nostra Costituzione e dalla risoluzione dell’ONU, accusando addirittura i responsabili di sequestro di persona. Qualche mese più tardi furono rilasciati la madre ed il fratello che raggiunsero subito Pozzallo mentre, per lo sfortunato Rino, il domicilio coatto durò fino al suo trasferimento all’Ospedale Psichiatrico di Siracusa in base alla Legge Basaglia, resa esecutiva proprio allora. Fu quello un susseguirsi di situazioni penose con risvolti sempre diversi: anche la morte della madre aveva contribuito a sprofondarlo in uno stato mentale sempre più precario che perfino la compagnia del fratello contribuiva a rendere ancora più fragile. Le cose migliorarono soltanto in seguito all’assegnazione di un curatore da parte dell’Autorità Giudiziaria nella persona di Giuseppe Barone, figlio di un fratello della madre: rientrato a Pozzallo nel 1978, la sua mente riprese purtroppo a vagare in un buio dal quale non riusciva a sottrarsi e che lo portava a travisare maggiormente la realtà. 
Era un continuo altalenarsi di lucidità e di oscurità, di lampi di memoria e di ombre che lo conducevano errante per le vie di Pozzallo, sostando a volte con gli amici che lo avvicinavano e che egli riusciva a riconoscere, alzando spesso la voce per rimembrare con loro il pezzo di passato che in quell’istante gli si presentava in mente.
 La paranoia lo portava ad isolarsi in un mondo tutto suo, dal quale neanche i pochi parenti rimasti riuscivano a sottrarlo, né gli amici di sempre, i compagni della politica, i colleghi insegnanti o i suoi ex-allievi: guardava tutti con uno sguardo sempre più assente, mentre i contatti umani cominciavano a sfaldarsi dinanzi alla incomunicabilità che lo spingeva, suo malgrado, verso una solitudine che rendeva nullo ogni tentativo di chi voleva aiutarlo.
 A questo punto fu accompagnato in una clinica privata di Siracusa, passando poi nel Reparto Psichiatrico del Busacca di Scicli: dimesso a fine 1978, anno cruciale per la sua malattia, la situazione continuò a diventare più difficile arrivando a bruciare ben 25 milioni di lire facenti parte dei risparmi familiari mentre, alcuni anni dopo, trovò naturale distribuire banconote da 50 e da 100 mila lire ai ragazzi della Scuola Media e dell’Istituto Tecnico Nautico. Furono necessarie allora altre restrizioni: ritornò quindi al Busacca di Scicli, poi alla Casa di Cura Opera Pia Carpentieri sempre di Scicli, per essere infine accolto presso il Residence Geriatrico Mozzicato di Santa Maria del Focallo. Da qui poteva raggiungere ogni tanto la sua città natale, accompagnato però dal suo curatore al quale, nei momenti buoni, ripeteva che si sentiva ormai "un fossile" e che "non aveva più voglia di vivere". Non voleva quindi "vegetare" per "non dare peso a nessuno". La morte lo raggiunse nella stessa clinica la notte dell’8 febbraio 1993 per collasso cardiocircolatorio, causato probabilmente da edema polmonare: una morte improvvisa che colpì una cittadinanza che per diversi anni ne aveva seguito con trepidazione le drammatiche vicende. I funerali furono celebrati in forma strettamente privata nella Chiesa Madre di Pozzallo dal Parroco don Giuseppe Di Rosa, alla presenza dei parenti, degli amici e dei vecchi compagni del Partito Socialista che ne accompagnarono la salma al Cimitero, tumulata in un loculo della Società Operaia della quale aveva fatto parte. Purtroppo, come può capitare in politica, per alcuni Rino Giuffrida era già scomparso da tempo, dimenticando presto il suo vigore e la sensibilità dimostrati con entusiasmo nel tentativo - che era anche speranza - di migliorare proprio la politica: purtroppo, eventi imprevedibili cambiano spesso il corso della vita, senza riuscire peraltro a ricondurlo nel suo alveo naturale. Con lui, sfortunato figlio della nostra gente, la vita non era stata certamente benigna: vogliamo tuttavia ricordarlo qui con l’affetto che merita la sua memoria di persona buona ed intelligente, ricca di umanità, sensibile oltre ogni dire, che fu amata e che seppe amare, che si prodigò sempre per gli altri e mai per sé. Per quanti ebbero il piacere di frequentarlo e di essergli stati amici, egli fu soprattutto un amico sincero, mai infido o sleale, uno studioso apprezzato, una persona colta, un politico attento e sensibile alle esigenze dei suoi concittadini. Vogliamo conservare di lui il ricordo dei suoi anni migliori: il ricordo di un amico caro, aperto, cordiale, simpatico, di un docente che seppe entrare nel cuore dei suoi alunni, un politico battagliero, dalla parola forbita e penetrante, che ebbe sempre la fierezza di lottare in nome degli ideali ai quali dava il valore più grande. Un amico che resterà nella memoria di quanti nel corso degli anni, per un motivo o per un altro hanno fatto con lui un percorso comune: nell’infanzia o nella giovinezza, nella scuola o nella politica, nel nome di un’amicizia che aveva sempre saputo dimostrare con fatti e parole, cementata dall’amore per una città cara a noi tutti. Una città che, nel ricordarne la memoria, guarda ai valori che sono stati il fondamento della sua vita, resa purtroppo amara dall’avversità del destino.

03 giugno 2020

Un cuntu





Quannu n celu 'n ancileddu, nun fa chiddu ch'àvi a fari,
lu Signuri, prestu prestu a San Petru fa chiamari.
E ci dici: “St'ancileddu, oggi ha fattu na mancanza; vallu a mettiri a lu scuru,
chiusu dintra di na stanza.
 E lu teni a pani e acqua senza autru manciari!
 E si chianci e grida forti, lassa chianciri e vuciari!” - Signuruzzu, pirdunati- dici Petru- è nicareddu. Spissu ha statu pirdunatu, n'approfitta, ora, stu beddu.
“Portatillu va, fa prestu, bonu ora ci finiu.
 E tu cchiù nun t'ammiscari, iu cumannu n Paradisu!”
 E San Petru, alleggiu alleggiu, nesci di dda murtificatu e si porta l'ancileddu ch'àvi a essiri castiatu. L'ancileddu chianci e grida nta lu scuru di la stanza:
 "Nun lu fazzu cchiù, pirdunu, pirdunati sta mancanza!
 " Nuddu a iddu s'avvicina, nuddu senti la so vuci.
 Ma di notti a Bedda Matri va e ci porta 'i cosi duci.
 (Anonimo)

02 giugno 2020

Carmelo Assenza



  Meno Assenza, 
 fotografo Pozzallo,

Quartogenito di Antonino Assenza e di Giorgina Nanì dopo aver frequentato Pozzallo la scuola Elementare completò gli studi secondari all'Istituto Magistrale di Modica, trascorrendo nel contempo parte della sua giovinezza nelle file del Circolo "San Tarcisio", frequentato allora da giovani che guardavano alla vita con mille speranze ed animato dall'infaticabile don Ciccino Gugliotta, sacerdote di grande cultura e vera tempra di educatore. 
Appartenendo tuttavia ad una famiglia di artisti, Carmelo respirò ben presto l'atmosfera che aleggiava in casa e che ,fin da piccolo ,quasi per gioco lo aveva spinto ad interessarsi all'attività del padre: da lui apprese infatti l'abc dell'arte fotografica, facendo tesoro dei consigli che gli avrebbero permesso in futuro di affrontare un lavoro che richiedeva versatilità, pazienza e vocazione .
Suo padre fu senza dubbio il modello da seguire, assimilando giorno dopo giorno i segreti di un mestiere che avrebbe anche potuto segnare la sua vita , specialmente in un periodo di precarietà per le incertezze causate dalla guerra.
Purtroppo le continue incursioni aeree su Pozzallo (con borbardamenti e mitragliamenti a bassa quota) ed il serio danneggiamento della loro casa-studio di via , Solferino 121 , crearono agli inizi del 1943 veri problemi di sopravvivenza da costringere tutta la famiglia a trasferirsi a Roma, dove i due figli maggiori operavano già da alcuni anni.
Il padre fu subito accolto nel famoso "studio" di Elio Luxardo dove ebbe modo di mostrare tutto il suo talento: anche Carmelo - pur frequentando la Facoltà di Lettere - presto la sua Opera presso lo stesso laboratorio, gratificato peraltro dalla possibilità di approfondire meglio le nuove tecniche di un'arte che, al bianco e nero, univa gli effetti del colore. Quando però, nel 1945, la fine della guerra permise la riunificazione delle "due Italie - quella del sud e quella del nord - gli Assenza rientrarono a Pozzallo, attivandosi a restaurare casa e studio, condizione indispensabile per la ripresa dell'attività e l'acquisizione della vecchia clientela: in questo laborioso avvio, don Ninì ebbe il valido aiuto di Carmelo che gli rimase accanto, collaborando soprattutto con lui nei lavori esterni.
Come tutti i giovani della sua eta', a 25 anni s'impose il problema del servizio militare, rinviato fino ad allora per motivi di studio: ne sollecitò quindi l'dempimento al fine di poter disporre di maggiore libertà nelle sue sceltefuture.
Ai primi di giugno del 1948 raggiunse quindi il Centro Addestramento Reclute di Siena, dove rimase per il solo addestramento, continuando a restare tuttavia in Toscana - Firenze , Pisa e Grosseto - con l'incarico di "fotografo" del Battaglione: nei momenti di relax e di libera uscita, la sua macchina fotografica non rimase infatti mai inattiva, riprendendo da par suo monumenti e paesaggi di una terra dal fascino particolare, universalmente apprezzata per le sue ricchezze artistiche e le sue bellezze naturali. 
A congedo avvenuto, nel 1949 Meno Assenza rientrò a Pozzallo dove aveva gia' conosciuto Clara Crispo, una giovane arrivata con la famiglia dalla Tunisia nell'immediato dopoguerra assieme ad altri connazionali che in quello Stato avevano costruito il loro avvenire: al loro arrivo raggiunsero però un campo di accoglienza del Nord dove furono invitati a scegliere una sede fra mare o montagna. 
I Grispo, assieme ad altre famiglie, scelsero il mare ed il sole: furono allora assegnati a Pozzallo, trovando alloggio nei locali della Colonia Marina fino alla sistemazione in abitazioni di loro gradimento. 
Seguì tuttavia un rientro in Tunisia per questioni rimaste in sospeso in quello Stato: per questo motivo le loro nozze furono celebrate "per procura" il 10 luglio 1950.
Al rientro in Italia della moglie, gli sposi misero su casa, allietando in breve la loro vita con la nascita di Ninì, il primogenito, evento che portò Carmelo ad accettare l'incarico d'insegnamento presso la Scuola Elementare Giacinto Pandolfi: nello stesso periodo vide peraltro la luce anche Massimo, il secondogenito.
Per niente convinto di continuare a fare il maestro, al termine del secondo anno egli decise di dedicarsi soltanto alla professione di famiglia, della quale sentiva il richiamo: logicamente, con grande sollievo del padre che cominciava a sentire il peso degli anni. 
Per di più, in quel periodo segnò l'inizio della sua esperienza politica che lo coinvolse nei problemi della gente e della città: nei primi anni Cinquanta aveva infatti aderito al Partito Comunista Italiano, del quale , a livello locale, divenne presto uno degli uomini di punta.
Nel 1956 fece parte del Consiglio Comunale, accettando nelle politiche del 1958 la candidatura alla Camera dei Deputati (Circoscrizione della Sicilia Orientale). Pur non trascurando i quotidiani impegni di famiglia e di lavoro, Carmelo Assenza fece anche parte del gruppo di artisti ed intellettuali pozzallesi e non, che fondarono il Circolo Culturale 'a Barracca con l'intento di affrontare i problemi del momento: per quel drappello di giovani, quella fu una stagione indimenticabile che favorì soprattutto la nascita del giornale - parlato Ara', che, dal 1956 al 1958 , nelle competizioni elettorali diede "voce" ad una garbata e pungente ironia, diretta principalmente agli avversari politici del tempo.
Ma la vita, così piena di speranze, di risorse e di qualità umane e civili, non gli fu purtroppo benigna: ricoverato d'urgenza all'ospedale "Umberto I" di Roma vi morì il 28 maggio 1959, dopo un difficile intervento chirurgico, pochi mesi prima della nascita di Minù, l'ultimogenita. 
Aveva 36 anni: proprio pochi per un giovane fotemente motivato, che avrebbe ancora potuto dare il meglio di sè alla famiglia ed alla professione, alla società ed alla politica, quest'ultima considerata come un toccasana per i problemi di una città in crescita. 
Una crescita della quale, grazie alla sua arte e pur nella brevità, egli era stato testimone ritraendo, secondo le tradizioni famigliari, tutto quello che aveva potuto: processioni religiose e cortei politici, comizi e sagre popolari, manifestazioni sportive e culturali, parroci e Vescovi, ministri e deputati, personaggi locali e protagonisti della politica. E poi : Battesimi, Prime Comunioini e Cresime, mare, spiagge, barche e bagnanti, torre e scogliera, albe e tramonti. Un vero caleidoscopio che, attraverso le immagini, aveva accompagnato il progredire della città che amava e per la quale anche lui a suo modo, aveva scritto alcune pagine della sua storia: grazie ad un "obiettivo" sempre attento e curioso delle nostre memorie. Poco dopo la sua scomparsa, i compagni del P.C.I. vollero intitolargli la sezione cittadina, a ricordo di un uomo che aveva saputo offrire al popolo generosità, intelligenza, impegno e disponibilità: di un giovane che continua a vivere nel ricordo di quanti pur non condividendo le sue idee ne avevano apprezzato qualità, aperture simpatia, affabilità, ironia e carattere. La sua figura e' stata ricordata piu' volte in manifestazioni politich, artistiche e culturali mentre, in varie mostre fotografiche, cataloghi opportunamente illustrati hanno messo in risalto Irsquo; opera sua e quella della sua famiglia: nell'aprile 2000 infine, a 41 anni dalla sua scomparsa, i suoi resti sono stati traslati da Roma a Pozzallo dove, nella cappella di famiglia, riposano accanto alla moglie, al padre e ad altri familiari. Il suo ricordo continuerà nel tempo, assieme a quello di altri nostri concittadini che hanno lasciato il segno della loro presenza terrena.

 NOTE 
 IL Circolo Culturale 'Barracca animò la vita politica cittadina dal1956 al 1958. Oltre a Rodolfo Cristina, ne furono fondatori Carmelo Pluchinotta, Meno Assenza, Giovanni Castaldo, Giovanni Armenia, Salvatore Rovella, Natalino Amodeo, Franco Rosa ed altri. 
IL Circolo prese il nome di Barracca "Porcelli", prospiciente la Balata, di proprietà di Rodolfo Cristina, dove il pittore svolgeva la sua attività artistica.
Arà era il giornale parlato del Circolo. 
Le iniziali Autonomia, Rinascita, Amministrazione. Voci femminili furono quelle di Clara Crispo e della signora Mollica, maschili quelle di Giovanni Castaldo e di Salvatore Rovella.

 Luigi Rogasi, POZZALLESI DEL XX SECOLO

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                         - Silvana La Pira -

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