23 maggio 2021

Tante stanze quanti i giorni dell'anno: dove si trova il castello più "ricercato" di Sicilia


Dalla sua posizione si gode di una vista spettacolare ma del castello oggi restano soltanto dei ruderi e una leggenda, con tre donne protagoniste. Ecco dove si trova

Il Castello Barresi a Pietraperzia (Enna)

Nel cuore della Sicilia sorge un antico borgo ricco di storia, cultura e tradizioni: 
Pitra in gallo-italico o Petrapirzia in siciliano.

Pietraperzia è un piccolo comune di circa 7000 abitanti in provincia di Enna.

Il nome Pietraperzia deriva dal dialetto siciliano petri pirciati, che significa "pietre forate" e probabilmente deriva dalla presenza, su tutto il territorio, di numerose rocce perforate e tombe a grotticella di epoca pre-ellenica scavate nelle pendici della roccia sulla quale sorge la città.

Il suo nome si deve ai Romani e la sua prosperità si deve alla nobile famiglia Barresi. Anticamente si chiamava Petra ed era popolata dai Sicani che controllavano il fiume Himera inferiore – oggi Salso – dalla sua porta di ingresso costituita da Sabucina e Capodarso su cui la città domina come una fortezza.

Dopo i Sicani anche Siculi, Greci, Romani hanno abitato il territorio pietrino lasciando segni del loro passaggio. L'epoca d’oro di Pietraperzia però è stata quella del sedicesimo secolo quando i Barresi, baroni della città, diventarono prima marchesi con Matteo III Barresi, fondatore di Barrafranca (1529), e poi principi con Pietro Barresi (1564).

II Castello di Pietraperzia, costruito dai Normanni tra il 1067 e il 1091, sorge su una rupe calcarea ed è collocato a 549 metri sul livello del mare, è stata l’abitazione dei Principi Barresi e diventò ritrovo preferito di gente amante di cultura e politica.

Oggi del Castello non restano che ruderi, però rappresenta ancora il monumento più noto e più ricercato di Pietraperzia e

Per i Barresi, lo scultore palermitano Antonello Gaggini realizzò nel 1523 i sarcofagi marmorei custoditi nella navata sinistra della chiesa di Santa Maria Maggiore di Pietraperzia e nel 1527 alcuni preziosi manufatti marmorei per il Castello.

Una particolarità di Pietraperzia è che ancora oggi vi abita una famiglia nobiliare, 
quella del Barone Tortorici, che vanta numerosi possedimenti nel centro abitato e nelle campagne pietrine, tra cui il bellissimo palazzo su Piazza Matteotti, Palazzo Tortorici, appunto, in stile gotico, progettato dall’architetto Basile e costruito verso la fine del 1880 utilizzando la pietra arenaria rossa.
Pietraperzia, oltre ad essere ricca di affascinanti architetture religiose e civili, è anche ricca di miti leggende.

Pietraperzia, oltre ad essere ricca di affascinanti architetture religiose e civili, è anche ricca di miti leggende.

Tra queste riveste una grande importanza la leggenda del Santuario della Madonna 
della Cava, che si trova poco distante nell'omonima contrada di campagna e che merita di essere visitato. Si racconta che la contrada Cava prese nome dal leggendario ritrovamento in una cava dell’immagine della Madonna, dipinta su una lastra di pietra arenaria, da parte di un muto trapanese, prima del 1223.

Proprio nell’istante del ritrovamento, il muto riacquistò la parola lodando ad alta voce Maria. La notizia della scoperta miracolosa si sparse velocemente e una folla andò in processione, accompagnata dai sacerdoti, per venerare l'immagine.

Una volta arrivata alla Cava, la folla tentò di trasportare l'immagine nella cattedrale del vicino paese ma non fu possibile perché appena cominciava a camminare, la lapide si rompeva frantumandosi e riacquistava subito la sua integrità quando la folla si fermava.

Questo prodigio avvenne più volte e ricordò che la Vergine aveva chiesto di essere patrona di Pietraperzia, tutti capirono che in quello stesso luogo doveva essere costruita una nuova chiesa.

Così in breve tempo nacque il Santuario di Maria Santissima della Cava che da allora si trova incassato in una grotta ai piedi della collina.

L’immagine della Madonna, opera di antichi artisti, è collocata su un trono artisticamente intagliato in legno di cipresso e decorato con oro zecchino; di rilievo artistico sono il piedistallo in alabastro dello scultore Gaggini e gli stucchi dell’artista Fantauzzo.

Altra leggenda è quella legata al Castello. L’edificio in origine comprendeva un’area di circa 20.000 m 2 e le mura si estendevano per 1.150 m e in alcuni punti raggiungevano oltre 4 m. Lungo le mura si elevavano diverse torri e bastioni di cui non è rimasta traccia, ad eccezione dei resti di un torrione merlato detto “Corona del Re” e della Torre quadrangolare dell’ingresso, nonché di alcuni bastioni a sud e a nord.

Una leggenda narra che le stanze del castello fossero 365 come i giorni dell’anno, elevate su 4 piani come le stagioni dell’anno, e con 12 torri tanti quanti sono i mesi.

Un giorno tre donne, spinte dalla curiosità e dalla speranza di trovare qualche oggetto di valore, scesero nei sotterranei del castello e iniziarono a camminare ma, per non smarrire la via d’ingresso, si portarono dietro uno spago. Iniziò così una strana processione: ognuna delle tre donne teneva lo spago in una mano e nell’altra una candela e andavano avanti di stanza in stanza.

La curiosità però giocò loro un brutto scherzo: una di loro, infatti, attratta da qualcosa, probabilmente un luccichio, inavvertitamente finì per bruciare lo spago e rimasero per sempre sepolte nei sotterranei.

Pare che la storia di queste tre donne sfortunate fosse un fatto realmente accaduto durante il regno di Federico II di Svevia (1194-1250).

Altra leggenda della comunità pietrina è quella legata allo scambio delle statue di due Santi: Sant’Alessandro, patrono di Barrafranca (EN) e San Rocco compatrono di Pietraperzia (EN).

La leggenda vuole, infatti, che la statua di Sant’Alessandro si trovasse a Pietraperzia e quella di San Rocco a Barrafranca. A causa di una forte siccità, le due comunità decisero di fare un pellegrinaggio alla Madonna della Cava, portandovi in processione le statue di san Rocco e di Sant’Alessandro. E così ebbero un’abbondante pioggia.

Nella confusione che seguì al ritorno, i pietrini, per sbaglio, portarono a casa San Rocco e i barresi Sant’Alessandro, scambiando così per sempre le due statue. Non è un caso che i barresi mostrino nei confronti di San Rocco una grande devozione, recandosi ogni anno il 16 agosto, giorno in cui si festeggia il Santo, nella vicina Pietraperzia.

È possibile raggiungere Pietraperzia in auto da Enna: prendere SP29 in direzione SS 117bis; continuare per SP122, SS626 e raccordo di Pietraperzia.

Da Palermo: prendere E90 fino a Scillato; imboccare SP24 e SS120 in direzione A19; prendere l’uscita per Caltanissetta e proseguire per SS626; uscire a Pietraperzia.

Da Catania: imboccare A19 in direzione Palermo-Catania; uscire a Caltanissetta e 
proseguire per SS626.

17 maggio 2021

La leggenda della Torre negli Iblei

 

Siamo in contrada Santa Rosalia, a metà strada fra Giarratana e Ibla, in un luogo impervio e assediato dalla natura dove, ogni 30 giorni, avvengono fatti misteriosi


Il complesso della torre di San Filippo (foto Rossella Papa)

Se Ragusa Ibla è un incanto, con le sue stazioni di meraviglia che si affacciano tra vicoli e cortili, stretti e intricati come una tela sulla roccia, al passo che guida sino ai fianchi incurvati del Duomo di San Giorgio, e da lì come per miracolo si apre a una delle più sontuose epifanie di bellezza di tutta l’Isola, non da meno è il paesaggio che dalla città muove all’entroterra.

È una Sicilia che abbandona l’idea stessa 
del mare, e non perché la rifiuta, scontrosamente, ma per l’identità fortissima che la campagna definisce a questi luoghi di suggestivi tramonti e di 
prosperose vallate.
 Fra muri a secco, manti di carrubo e ulivi secolari, ecco un pezzo delle Cento Sicilie di Gesualdo Bufalino, e ancora una volta è alla luce del sole che cade l’ombra, e con essa il mistero sbavato delle sue cronache di leggenda.

Siamo in contrada Santa Rosalia, a metà strada fra Giarratana e Ibla, in un luogo impervio e assediato dalla ricca natura che lo avvolge, nelle quiete che irrompe magnifica per gli ozi della solitudine, in un maniero criptico e sibillino. 
È la Torre San Filippo, uno splendido edificio in pietra che ha uno stile insolito, e, per certi aspetti inspiegabile, di certo assai differente dalle residenze nobiliari dell’intorno: ha una pianta labirintica, una perimetrazione eccentrica, uno splendido portone gotico, e una leggenda che fa paura.

Per l’eleganza del progetto e per l’apparato decorativo, questa residenza di campagna
somiglia più a un castello – con una torre d'avvistamento e una chiesa privata al suo interno – che a un caseggiato rurale, pure se ben concepito. Al fascino del luogo, indiscusso, non da meno ha giovato una leggenda riportata – anche sulla stampa – dal professore Gaetano Giovanni Cosentini, che narra di 
una donna inseguita dai cani.

Sembra una novella di Giovanni Boccaccio, o, meglio, proprio l’ottava della quinta giornata del Decamerone, quella che ha per titolo Nastagio degli Onesti, dove si racconta di un giovane che, inoltratosi a passeggiare nella pineta di Classe, assiste a una scena orrenda: una giovane donna inseguita da due mastini e dal fantasma di un cavaliere armato di pugnale, che, raggiuntala, la uccide e ne dà da mangiare il cuore e le interiora ai cani.

Boccaccio è solo una suggestione narrativa, un’intersezione fra i bagagli della memoria, e la Sicilia è terra di fantasie popolari imperscrutabili; e però, in questo caso, la leggenda – a quanto pare – ha trovato conferma nelle strane apparizioni segnalate dai contadini della zona. Per comprendere il confine fra la verità e l’invenzione, bisogna che si inizi dai tempi antichi in cui nella Torre di San Filippo viveva un ricco proprietario con l’unico figlio maschio, colui che avrebbe ereditato le immense ricchezze del feudo.

Pare che il giovane si fosse invaghito di una bellissima ragazza dai lunghi capelli biondi, ricambiato nei suoi sentimenti al punto tale da sposarla e condurla con sé nello splendido maniero, viziati all’amore di un tempo felice. Ma giunto sul posto un affascinante guardiacaccia, la giovane sposa si prese d’inquietudine, e così la tentazione rese gli estranei complici, e i complici amanti.

Approfittando delle assenze per lavoro del marito i due si consumarono nella passione, fino a che uno stalliere non denunciò quel che accadeva quasi sotto i propri occhi al marito ignaro, che, il sette di novembre, fingendo di allontanarsi per i campi, si nascose. Attese, con disumana pazienza, 
l’incontro degli amanti furtivi, e accecato dall’ira per l’orgoglio ferito uccise a morte con un pugnale il giovane guardiacaccia.

Consumato il brutale assassinio, la donna fuggì via terrorizzata mentre il marito scioglieva 
la muta dei cani, 
lanciati a inseguirla come bestie cieche. 
Lei salì sulla Torre, faticando sui gradoni freddi come un’invasata, e raggiunta dai cani inferociti al limite delle pareti merlate, si gettò precipitando nel vuoto. 
Da allora, il sette di ogni mese, secondo quanto pare dicano i contadini della zona, appare l’immagine di una donna dai lunghi capelli biondi che si affretta inseguita da sette cani neri 
come la pece.

Se ne distinguono le sagome, nel tumulto di una folle corsa, che ringhiano fameliche, sull’orlo della torre mentre la donna si butta giù e svanisce a mezz’aria come uno spirito. 
Poco dopo si smorzano i latrati e tutto torna al silenzio, che in certi luoghi è più spaventoso delle urla, perché è soltanto una pausa, un non-tempo che conta inesorabile i successivi trenta giorni affinché tutto riaccada.

Gli improvvidi che si sono azzardati alla Torre, la cui scala d’accesso è in parte distrutta e a forte rischio di crolli, avranno goduto di un paesaggio strabiliante che domina tutta la vallata, talmente bello da far dimenticare il trepestio dei passi affannati della bella giovane, ridotti a una povera eco lontana, come in tutte le campagne di Sicilia in cui i cani abbaiano alla luna prima del sonno.

08 maggio 2021

Strummula siciliana, il gioco di tanto tempo fa.



Strummula

Ormai non si utilizza più ma, fino a circa quarant’anni fa, era uno dei giochi più diffusi: uno di quelli grazie ai quali si potevano trascorrere ore e ore spensierate.

Un gioco umile, passatempo dei bambini era la strummula (Trottola)
Di legno, a forma conica, con in punta (estremità inferiore) un perno d’acciaio, attorno alla trottola viene avvolta, in modo da formare una spirale che va dalla punta di ferro alla parte più alta e larga, una corda che permette, nell’atto del lancio, di far ruotare la trottola.
I ragazzi facevano vere e proprie competizioni per vedere chi riusciva a farla girare più a lungo.
Molti ragazzi si procuravano il legno per la trottola e il falegname col tornio la creava .
Il legno più pregiato era quello d’ulivo, mentre il faggio meno, per la sua fragilità.
Anche a Condove alcuni ragazzi erano veri e propri giocolieri che riuscivano a far ruotare la strummula in ogni luogo; miei compagni di scuola, forse meno bravi sui libri, erano molto invidiati perché avevano un’abilità eccezionale, la loro trottola, una volta lanciata, riusciva a girare sulle mani, sulle ginocchia, sulle punte delle scarpe.
Le modalità di gioco erano diverse ma la più comune consisteva nel disegnare un cerchio sulla terra battuta del diametro di circa 1,5 metri; lanciando la trottola in rotazione all’interno del cerchio, chi riusciva a far uscire la trottola del cerchio continuava il gioco.
Se la trottola dopo aver girato si fermava dentro il cerchio gli altri giocatori
si accanivano a colpirla con la loro.
Ma se una trottola lanciata non riusciva a girare o ad uscire dal cerchio restava ferma a prendere i colpi delle trottole avversarie.
Si scagliava la propria trottola su quelle ferme nel cerchio, facendo in modo che il perno, agendo come un trapano, spaccasse il legno.
Il perno dello sconfitto rappresentava l’ambito trofeo.
A volte succedeva che qualche trottola fragile si spaccava e quindi rabbia e lacrime del perdente e le risate degli altri, per non correre simili rischi si ricorreva a trottole di legno molto duro.

03 maggio 2021

"Cu lu tuppu o senza tuppu": la brioscia siciliana è anche una dichiarazione d'amore


Se avete voglia di far sorridere qualcuno in questo momento storico così difficile e complicato, 
ecco per voi la storia di una ricetta utile a far tornare il buonumore 


Brioche col "tuppo"   

"In Italia il cibo è una forma d’arte, in Sicilia una religione", ha scritto Rick Steves. Ed effettivamente non ha tutti i torti. Soprattutto se pensiamo ai litigi che certi gesti a tavola possono provocare.

Uno su tutti? Rubare il “tuppo” al nostro commensale.

Guai a provarci con un siciliano: basta una sfrontatezza del genere, fatta con leggerezza, per distruggere amicizie storiche o scatenare guerre familiari in men che non si dica. 
D’altronde, che sia granita o gelato ad accompagnare la brioscia, mangiarli inzuppandovi il “tuppo” 
non è forse un’azione naturale che si tramanda di generazione in generazione nei secoli dei secoli? 

Da quanti non è dato saperlo con precisione, ma c’era un tempo in cui le famiglie aristocratiche chiedevano ai propri cuochi nuovi e sorprendenti piatti. 
E così leggenda vuole che il cuoco di una non precisata famiglia nobile, alla richiesta di qualcosa di morbido e leggero dove spalmare la marmellata a colazione, inventò proprio la “brioscia” siciliana.

Una ricetta così deliziosa - sfidiamo chiunque a dire il contrario - che in breve tempo non solo conquistò la famiglia, ma si diffuse un po’ ovunque diventando una delle ricette tipiche e più conosciute della nostra isola. 
Attenzione, però, a non chiamarla “brioche” perché, al contrario di quanto si possa pensare, sono stati i francesi a prendere in prestito il nome siculo e a trasformarlo: non lasciamo il merito delle nostre deliziose creature agli altri.

Se c’è una cosa che dobbiamo ai cugini francesi, piuttosto, è la parola dialettale “tuppo”, che indica l’acconciatura tipica delle danzatrici: lo chignon. In normanno, infatti, lo chignon si chiamava ‘toupin’, in gallico ‘toupeau’ e in francesce moderno ‘toupet’, da cui il nostro siciliano ‘tuppo’.

Ma c’è di più. Secondo quanto tramandato da uno 
scioglilingua della nostra tradizione, la forma tipica della brioscia sarebbe legata a una travagliata storia fra due giovani, il cui amore fu ostacolato dalla madre della ragazza che portava lunghi capelli raccolti sulla nuca.

La fanciulla, per il dolore e come atto di ribellione, avrebbe perciò tagliato la chioma: quella dote che la rendeva irresistibile agli occhi di tutti, compreso il suo innamorato. 
Il gesto commosse a tal punto la madre che finalmente acconsentì al fidanzamento.

Ed è per questo che si dice: «Cu lu tuppu un t’appi, senza tuppu t’appi. 
Cu lu tuppu o senza tuppu, basta chi t’appi e comu t’appi t’appi» (con i capelli raccolti sulla nuca non ti ho avuta, senza capelli raccolti sulla nuca ti ho avuta. Con i capelli raccolti o senza capelli raccolti, basta che ti abbia avuta, comunque ti abbia avuta).

Poteva non entrarci in qualche modo l’amore, anche se alla lontana? D’altronde, se c’è una cosa certa è che donare il “tuppo” della briosca è la più grande dimostrazione d’amore, o dichiarazione a seconda dei casi, che si possa fare a una persona.

Avete voglia di far sorridere qualcuno in questo momento storico così complicato? Avete trovato la ricetta per fare tornare il buonumore.

30 aprile 2021

Identificati i geni chiave per la "riparazione" del midollo spinale


Si trovano nel pesce-zebra, uno dei modelli animali più studiati nei laboratori di genetica

Sono stati identificati i geni chiave per la rigenerazione del midollo spinale: sono stati trovati nel pesce-zebra, uno dei modelli animali più studiati nei laboratori di genetica, grazie a uno screening rapido fatto con la "Crispr/Cas9", la tecnica che "taglia e incolla" il Dna. 
La scoperta, pubblicata sulla rivista Plos Genetics dai ricercatori dell'Università di Edimburgo, chiarirà le ragioni per cui i mammiferi non riescono a riparare le lesioni spinali.


Lo stesso metodo di screening usato in vivo sui pesci potrà essere adattato per studiare anche geni coinvolti in altre funzioni biologiche.

La tecnica prevede l'utilizzo di piccole molecole guida di Rna (chiamate sCrRNA) che direzionano le forbici molecolari della Crispr verso specifici geni bersaglio da distruggere, in modo da poterne svelare la funzione nell'animale vivo. 
I ricercatori guidati da Marcus Keatinge e Themistoklis Tsarouchas hanno sperimentato il metodo sui piccoli del pesce-zebra per capire quali geni entrano in azione per controllare l'infiammazione intorno alla lesione spinale: sarebbe infatti questo meccanismo, mediato dalle cellule immunitarie chiamate macrofagi, a promuovere la riparazione del danno.

Prima dello screening vero e proprio, i ricercatori hanno preselezionato oltre 350 sCrRNA diretti contro geni già noti per il loro coinvolgimento nella rigenerazione midollare. 
La loro introduzione nei pesci-zebra ha permesso di identificare dieci geni che, una volta distrutti, hanno compromesso la riparazione delle lesioni.


Altri analisi hanno poi ristretto la lista a quattro geni chiave: uno in particolare, chiamato tgfb1, sembra giocare un ruolo cruciale nel controllo dell'infiammazione durante il processo 
di guarigione.

29 aprile 2021

Nano-protesi nervose per le lesioni spinali: lo studio italiano


Nano-protesi nervoe per le lesioni spinali. 
Una speranza per le persone che vivono su una sedia a rotelle. 
E' il frutto di uno studio italiano condotto dal Center for Nanomedicine and Tissue Engineering dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza 
di San Giovanni Rotondo, insieme all’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda 
di Milano, l’Università di Milano Bicocca e le Associazioni No profit per la ricerca e la cura delle malattie degenerative Revert Onlus. 
La ricerca ha unito la scienza innovativa dei nanomateriali biomimetici e la medicina neurorigenerativa basata sulle cellule staminali cerebrali umane.


Come si diceva, la ricerca ha fuso due grandi branche: 
la scienza innovativa dei nanomateriali biologici e la medicina neuro-rigenerativa basata sulle cellule staminali cerebrali umane. 
Partendo da questi due componenti basilari è stato letteralmente sintetizzato in laboratorio nuovo tessuto nervoso umano le cui caratteristiche sono state pre-determinate dai ricercatori proprio grazie alla possibilità di progettare al computer e poi sintetizzare in laboratorio i nanomateriali biologici. 
Sintetizzando tali materiali come gel e dotandoli delle proprietà meccaniche e biomimetiche necessarie a supportare e direzionare lo sviluppo delle staminali cerebrali, è stato creato un tessuto nervoso tridimensionale e composto da neuroni umani maturi e relative cellule di supporto (glia) funzionalmente attive. 
Questi costrutti rappresentano vere e proprie “protesi nervose”, le quali sono state quindi testate in animali con lesioni al midollo spinale.

I risultati sono stati eccellenti poiché, non solo si è ottenuto un miglioramento dell’attecchimento del trapianto rispetto alle tecniche precedenti, ma un oggettiva rigenerazione del tessuto midollare e recupero delle funzioni motorie. 
Va sottolineato come i materiali disegnati da Fabrizio Gelain siano biocompatibili, sintetici e composti al 99% da acqua e quindi utilizzabili in ambito clinico. 
Poiché le cellule utilizzate in questi studi sono le stesse staminali cerebrali di grado clinico in uso sui pazienti delle sperimentazioni in pazienti SLA e sclerosi multipla dal prof. Angelo Vescovi, l’applicabilità sul paziente è molto vicina. 
Lo studio, infatti, è ramo essenziale del progetto congiunto IRCCS Casa Sollievo e Revert Onlus per una sperimentazione clinica su pazienti mielolesi programmata entro i prossimi 2-3 anni.

La possibilità di una progettazione “custom” dei biomateriali nei confronti della patologia di interesse, in questo caso delle lesioni midollari, potrebbe ispirare altre terapie promettenti per la medicina rigenerativa anche nell’ambito della ricostruzione di pelle, cartilagine e tessuto cardiaco infartuato.

La ricerca - I peptidi auto-assemblanti (SAP) sono da tempo il fiore all’occhiello della nanomedicina internazionale applicata alla ricostruzione dei tessuti biologici grazie alle loro uniche qualità come biocompatibilità, purezza e versatilità. 
Lo studio dimostra, per la prima volta, che con tali materiali interamente sintetici e progettati a livello molecolare in laboratorio, è possibile ottenere strutture cellulari nervose complesse. 
Le stesse sono dotate di attività elettrica e ottenute da cellule staminali neurali umane. 
Ciò consente di avere un modello di network di cellule nervose in laboratorio su cui testare futuri farmaci, minimizzando così la sperimentazione animale. 
E’ stato così costituito un primo “patch” nervoso (neuroprotesi) potenzialmente utilizzabile in clinica in futuro, utilizzando solo componenti già approvati in tal senso (es. cellule staminali neurali umane, materiali peptidici sintetici), evitando ad esempio ogni derivato animale. 
La neuroprotesi, fatta maturare in laboratorio e successivamente trapiantata in lesioni al midollo spinale, incrementa la rigenerazione nervosa. 
Tutto ciò dimostra come, grazie alla tecnologia dei peptidi autoassemblanti, è possibile customizzare un biomateriale per la specifica applicazione. 
Colture cellulari 3D ed ingegneria dei tessuti - 

Colture cellulari 3D ed ingegneria dei tessuti -
Le colture cellulari 3D si prefiggono, tra le altre cose, di poter realizzare in laboratorio modelli di tessuto utili a predire l’effetto che avrebbero farmaci o materiali una volta utilizzati nell’organismo. Affinare tali modelli consente di diminuire significativamente la sperimentazione animale e di migliorare la nostra comprensione di meccanismi legati alla biologia dello sviluppo ed a quella cellulare in generale. Al tempo stesso lo scopo dell’ingegneria dei tessuti è di ripristinare le funzionalità perse di un organo o tessuto a seguito di trauma o patologia. Il denominatore comune alle strategie adottate nell’ingegneria dei tessuti è l’impiego di biomateriali, eventualmente “caricati” con cellule, che siano ben tollerati dal paziente e che siano in grado di fornire, una volta impiantati, un microambiente favorevole alla rigenerazione del tessuto esistente prima della lesione. Tale ricerca apporta pertanto un contributo significativo in entrambi gli ambiti.

I prossimi sviluppi - La missione prioritaria del CNTE è sempre stata quella della ricostruzione delle lesioni croniche e sub-acute al midollo spinale: rispetto al precedente lavoro in quest’ambito, pubblicato anni fa, ora si hanno due preziosissimi vantaggi: poter utilizzare bioprotesi interamente composte da peptidi “custom”, cioè progettate specificatamente per la rigenerazione del midollo spinale; avere sondato le nuove potenzialità offerte dal trapianto di cellule staminali cerebrali umane pre-differenziate. Questi miglioramenti devono ora essere combinati, in un approccio unico al mondo, per finalizzare la ricerca preclinica. In caso di esito positivo si potrà avviare la sperimentazione clinica in pazienti mielolesi. Vista la trasversalità della tecnologia di questi biomateriali innovativi, è oramai ben avviata la formazione di un network di ricerca di eccellenza con altri gruppi di ricerca con lo scopo di sviluppare nuove neuroprotesi per la rigenerazione di altre lesioni nervose (es. trauma cranico), di altri tessuti (es. pelle, cuore) e per il miglioramento di terapie cellulari già utilizzate in clinica (es. trapianto isole pancreatiche).

I dati - In Italia, secondo dati forniti da varie associazioni di pazienti, vivono circa 
100mila mielolesi. 
L'epidemiologia e la letteratura scientifica affermano che ogni anno sul nostro territorio nazionale ci sono circa 1.200 nuovi casi di lesione midollare; ciò significa che ogni giorno, solo nel nostro Paese, almeno tre persone diventano para o tetraplegiche. 
Ogni anno quindi vi sono circa 3-4 nuovi casi di paraplegia ogni 100.000 abitanti. 
Circa la metà di questi casi ha subito un grave trauma stradale, il 10% un trauma sportivo mentre nel 20% l'origine della lesione è un infortunio sul lavoro o una caduta, nel 15% una malattia neurologica o altre cause ed infine nel 5% la causa è stata scatenata da una ferita d’arma da fuoco o da tentato suicidio. 
Nel mondo vi sono circa 2.5 milioni di persone mielolese, con 130mila nuovi pazienti ogni anno.

26 aprile 2021

Il digestivo siciliano dall'effetto afrodisiaco: quello che non sai sull'acqua "vugghiuta"


 Il "canarino " o "acqua vugghiuta"

Le feste natalizie sono terminate ormai e, tra abbuffate e pranzi sovrabbondanti (al di là delle restrizioni suggerite per il contenimento del Covid-19), almeno una volta tutti avremo fatto ricorso, sperando di alleggerire lo stomaco, al rimedio casalingo principe della tradizione siciliana, il “canarino”.

Il nome non è poi tanto di fantasia ma deriva da quel colore pallido giallo, quasi da snobbare per la sua apparente delicatezza ma dall’efficacia sorprendente, che l’acqua assume durante la preparazione di questo semplice intruglio.

Nella tradizione contadina, infatti, il canarino è chiamato banalmente “acqua vugghiuta”.

Ci sarà un motivo per cui questa bevanda - che si presume risalga al tempo dei Greci - è arrivata fino ai giorni nostri.

La ricetta è semplicissima. Basta far sobbollire un poco d’acqua, alla quale si aggiungono 
scorze di limone, una foglia di alloro 
(il tutto in proporzione) e un cucchiaino di zucchero. Secondo voci di popolo - le più veritiere - si dovrebbe servire accompagnata dalla frase “vivi ca ti passa tuttu”.

La tradizione si sa supera scienza e natura ma se questa ricetta viene sostenuta, diciamo così, anche dal LUDUM, il Museo della Scienza di Catania un fondamento di oggettività ci sarà.

Al di là dello scherzo - che poi è tutto verissimo basta provare per verificare - l’unione delle proprietà del limone con quelle dell’alloro - e nei casi più ostinati si può aggiungere anche un pizzico di bicarbonato che favorisce il ph basico dello stomaco - fanno il miracolo, accelerando le digestioni più difficili.

E parlando con i termini della scienza sono l’amara cinarina del limone e le altre sostanze battericide a fare la differenza.

Come ci hanno insegnato i nostri nonni, infatti, un limone, agrume per eccellenza, va portato sempre con noi perché può essere utile in qualsiasi momento.

Grazie alla presenza degli olii essenziali, con proprietà antibiotiche, fungicide e carminative per il sistema nervoso, il loro estratto è impiegato nell’industria farmaceutica nella preparazione di medicinali stomachici e di tonici amari.

Ma del limone non si butta via niente: la parte bianca, spugnosa, contiene la pectina (regolatore delle funzioni intestinali e antagonista del “colesterolo cattivo”) e i bioflavonoidi, utili per la circolazione venosa e la salute dei capillari (venduti in compresse o gocce nei banchi delle farmacie).

Anche l’alloro, di certo, svolge una funzione importante. Non a caso si usano le corone di alloro, simbolicamente, per rendere omaggio a un momento importante.

Questa pianta della macchia mediterranea contiene un olio essenziale (composto da geraniolo, cineolo, eugenolo, terpineolo, fellandrene, eucaliptolo, pinene) dalle proprietà aperitive, cioè stimolanti dell'appetito, digestive e carminative. Olii utili anche nel trattamento delle coliche, in presenza di meteorismo o aerofagia

Un pizzico di zucchero poi addolcisce, e non guasta, il tutto.

Ma c’è anche una storia, legata a figure mitologiche, che aggiunge un pizzico di euforia a questa apparente blanda bevanda.

Si racconta infatti che il “canarino” - in una versione “corretta” - sia stata offerta dalla regina Climene a Dafni, sposo della ninfa Echenaide, figlia della temibile Era. La regina, infatti, avrebbe aggiunto un po' di vino al canarino sperando negli effetti afrodisiaci di questo ingrediente fuori ricetta.

Il mito racconta che il povero Dafni, il creatore delle poesie bucoliche, trascorse tanti anni tra le campagne siciliane a cantare il proprio dolore senza trovare sollievo, fino a gettarsi da una scogliera, nei pressi di Cefalù.

Ad avere pietà di lui furono gli dei che lo trasformarono in una rupe.

Biagia - Silvana ❤ La Storia di Pozzallo_3 Silvana La Pira_3

                         - Silvana La Pira -

anticamacina

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