19 maggio 2022

La CNN rivela i segreti dei cannoli siciliani,


                     I Cannoli, l’harem e la

                       “città delle donne”:

             le origini “osé” dell’alta pasticceria 

                                              incantano la CNN

                                 


 

La CNN rivela i segreti dei cannoli siciliani, la sua storia e delle leggende “a luci rosse“.
 La celebre testata americana ha deciso di dedicare un approfondimento al “re” della pasticceria siciliana, andando a Caltanissetta
 Cannoli Siciliani sulla CNN «

Fare un viaggio in Sicilia senza concedersi un delizioso cannolo è come visitare Napoli senza assaporare una pizza autentica. Praticamente inaudito». Comincia così l’articolo di CNN Travel che ci porta alla scoperta di una dolce tradizione. L’autrice avverte i lettori:
l’unica versione autentica si mangia in Sicilia.

 Quali sono i segreti di questa deliziosa ricetta? «La gente della città siciliana di Caltanissetta afferma che c’è un segreto molto volgare dietro le sue qualità allettanti»

 Proprio Caltanissetta è spesso considerata città natale dei cannoli siciliani: «Qui, la prelibatezza appetitosa è talvolta chiamata la “Verga di Mosè” o lo “Scettro del Re“, in riferimento alle sue presunte origini erotiche. Secondo la leggenda, il cannolo fu fatto per la prima volta dalle concubine di un emiro arabo per onorare la potenza sessuale del loro padrone, e la sua forma fallica non fu casuale».

 Per saperne di più, la CNN è andata a chiedere direttamente al sindaco della città, Roberto Gambino, che ha spiegato: «Caltanissetta è stata fondata dagli arabi ed è probabile che qui ci fosse un harem che l’emiro teneva gremito di donne che creavano il cannolo. Il nome ‘Caltanissetta’ deriva dall’arabo ‘qal-at-nisa’, che si traduce con la “città delle donne“»

. Il dolce della “città delle donne” 

Quindi la giornalista aggiunge: «Sebbene vi siano tracce di un cannolo “primordiale” risalente all’epoca dei romani, la ricetta che esiste oggi è di origine araba. Uno dei miti che circondano la pasticceria afferma che le “donne dentro il castello” ebbero l’idea di farcire la pasta sfoglia con la ricotta, per accogliere il loro amato di ritorno da Palermo. Apparentemente il cannolo era considerato un dolce ideale che poteva essere rapidamente preparato per il suo arrivo», si legge ancora.

 Ma le leggende e le storie non finiscono qui. 

 Cannoli Siciliani, dall’harem al monastero

 Il cannolo siciliano, infatti, si sarebbe “trasferito” dall’harem nei vicini conventi costruiti negli anni successivi: «Pare che le monache lo preparassero come un dolce tipico da servire durante il Carnevale, quando regnava il caos e le leggi morali cristiane furono momentaneamente riviste con riti pagani. Oggetti e dolci di forma fallica erano considerati un modo per celebrare la fertilità e la vita». 

 Secondo il maestro pasticciere Lillo Defraia, che ha trascorso 25 anni alla ricerca delle origini del cannolo, le “donne del castello” avrebbero tramandato la ricetta alle monache, custodi di una grande tradizione pasticciera.

 Defraia crede fermamente che il cannolo sia originario di Caltanissetta: «I nostri antenati – spiega alla CNN – coltivavano la varietà di farina di frumento Maiorca, morbida, versatile e ideale per fare torte e pasticcini. Questo è stato il primo tipo di farina utilizzato per fare il cannolo, che inizialmente era ripieno di ricotta mista a miele». 

 Le monache avrebbero migliorato l’originale ricetta araba, aggiungendo una ricotta più consistente. Tuttavia esistono anche alcune storie che riportano che furono le suore a inventare la specialità in primo luogo. Quel che è certo è che il cannolo siciliano rimane un dolce apprezzato in ogni parte dell’Isola, emblema dell’arte pasticciera.

20 dicembre 2021

Il Grembiule delle Nonne

 


Il primo scopo del grembiule delle Nonna era di proteggere i vestiti sotto, ma, inoltre: 
Serviva da guanto per ritirare la padella bruciante dal forno; 
Era meraviglioso per asciugare le lacrime dei bambini ed, in certe occasioni, per pulire le faccine sporche; Dal pollaio, il grembiule serviva a trasportare le uova e, talvolta, i pulcini!; Quando i visitatori arrivavano , il grembiule serviva a proteggere i bambini timidi; 
Quando faceva freddo, la Nonna se ne imbacuccava le braccia; 
Questo buon vecchio grembiule faceva da soffietto, agitato sopra il fuoco a legna;  
Era lui che trasportava le patate e la legna secca in cucina; Dall' orto , esso serviva da paniere per molti ortaggi dopo che i piselli erano stati raccolti era il turno dei cavoli; A fine stagione, esso era utilizzato per raccogliere le mele cadute dell' albero; Quando dei visitatori arrivavano in modo improvviso era sorprendente vedere la rapidità con cui questo vecchio grembiule poteva dar giù la polvere; All'ora di servire i pasti la Nonna andava sulla scala ad agitare il suo grembiule e gli uomini nei campi sapevano all' istante che dovevano andare a tavola;  
La Nonna l'utilizzava anche per posare la torta di mele appena uscita dal forno sul davanzale a raffreddare; ai nostri giorni sua nipote la mette là per scongelarla. Occorrerà un bel po' d' anni anni prima che qualche invenzione o qualche oggetto possa rimpiazzare questo vecchio buon grembiule.

21 novembre 2021

Per i siciliani "a tavula è trazzera", occhio a non farli arrabbiare: le 10 cose da evitare

Ecco riassunte alcune cose che un siciliano non riesce proprio a tollerare a "tavola". Un elenco creato un po' per i siciliani e un po' per i "forestieri" che si trovano a condividere la tavola con loro



            Una parmigiana di melenzane fritte


La Sicilia e il cibo, un connubio imprescindibile. Non a caso uno dei dei detti più famosi dell'isola è«A tavula è trazzera», ovvero «la tavola è una strada che unisce»

Per questo siamo certi che ogni sciliano che si rispetti pensi che la cucina, in tutte le sue declinazioni, sia "sacra", dalle abitudini a tavola alle ricette. Al contrario quindi ci sono alcune cose che un siciliano non riesce proprio a tollerare quando si tratta di "tavola".

Eccole riassunte in questo elenco creato un po' per i siciliani e un po' per i "forestieri" che si trovano a condividere il momento del pasto con dei siciliani.

La parmigiana è solo con le melenzane fritte

La parmigiana è fritta. Per i siciliani non si scappa! Niente melenzane grigiate o "lesse". Che si tratti di parmigiana, di pasta alla norma o di caponata, le melenzane devo essere fritte.

Non mangiare velocemente

Il pasto deve essere gustato, boccone dopo boccone. Tutto è lento, il momento del pranzo o delle cena va condivisa senza essere "assicutati".

Non lasciare nulla nel piatto

Tutto ciò che c'è nel piatto va mangiato. Pena la "mala taliata" degli astanti che potrebbero pensare che tu non abbia gradito il cibo, o che tu si ammalato.

Non incrociare le posate

I siciliani ci tengono che le posate a tavola o nel piatto non siano mai posizionate a forma di croce. L'usanza è legata alla fede ma anche alla superstizione e sembra essere davvero molto sentita in tutta la Sicilia.

Non rifiutare il bis

Il rifiuto del bis non è ammesso come possibilità soprattutto se si è ospiti e se proprio state scoppiando accettatene una mini porzione e così tutti saranno contenti.

Non usare il termine pangrattato

In Sicilia non si sa cosa sia il pangrattato, perchè da noi si usa "la mollica"o muddìca. Se viene tostato è chiamato muddìca calìata.

Non cucinare i legumi di domenica

Essendo considerati un alimento povero, in Sicilia i legumi si mangiano solo durante la settimana e mai la domenica, giorno in cui bisogna preparare "il pranzo della domenica", appunto. Un menù ricco, con pasta al forno, carne, parmigiana, cannoli, cassate.

Non acquistate dolci di poca qualità

Meglio niente che una "inguantiera" (trad. guantiera) di dolci di dubbia provenienza. È vero che in Sicilia è assai difficile trovare dolci non buoni ma capita e quindi meglio stare attenti proprio perché è raro che possa capitare. Il siciliano lo ricorderà a vita e te lo rinfaccerà ogni volta che vi incontrerete.

Non presentarsi a cena come ospiti a mani vuote

Nonostante ripetano più volte al proprio ospite di non portare nulla, in realtà i siciliani ci restano male se l'ospite si presenta a mani vuote. Quindi bisogna almeno portare una bottiglia di vino, di liquore o un dessert (vedi il punto precedente).

L'ultimo punto è un classico: guai a sbagliare il nome arancine/arancini

Una diatriba centenaria che non avrà mai fine probabilmente. E allorta tanto vale non crearsi nemici e stare attenti ad ulitizzare arancina o arancino in base all località in cui ci si trova così da evitare litigi e rancori. Sul lato occidentale, come Palermo, li chiamano arancine, nel versante orientale, Messina e Catania esistono solo gli arancini.



05 ottobre 2021

L'Oleastro di Inveges di Sciacca

 

L'Oleastro di Inveges di Sciacca



In contrada Scunchipani, a circa 7 chilometri dal centro di Sciacca, c’è un albero poco conosciuto, gigantesco e stregato, la cui leggenda si tramanda ormai da secoli.
Almeno così si racconta nella cittadina.

È l’Oleastro di Inveges, un ulivo secolare largo circa venti metri e alto cinquanta: un vero e proprio albero monumentale che si erge nel pieno della campagna in un fondo verde e circondato da altri ulivi. Impossibile non notarlo. Le sue dimensioni mastodontiche, il tronco massiccio e la folta chioma sempreverde fanno si che l’occhio si posi esclusivamente su di lui.

Pare sia lì da sempre, addirittura da prima della nascita di Gesù. Per questo il suo tronco, nodoso per l’età, risulta assai complesso da studiare e pare sia formato dall’unione di più alberi cresciuti ed incrociati tra loro: un padre e un figlio, addirittura.

Tante le storie che i saccensi hanno tramandato di generazione in generazione così come molteplici le credenze riportate su alcuni libri.

Salvatore Cantone, nella sua guida turistica "Sciacca Terme", ad esempio, racconta che molti contadini attribuivano la nascita dell’albero, che sorge nel fondo appartenuto nel ‘600 alla famiglia Inveges e da cui prende il nome, all’opera di un mago. Da qui anche l’idea che l’albero sia abitato da fate gelose del loro luogo incantato. Tanto che sembra impossibile staccare un ramo senza incorrere in chissà quale malanno.

Anche le sue olive non si possono raccogliere se non quando sono già per terra e solo per farne olio santo. Proprio per questo una realistica ricostruzione delle dicerie sull’albero potrebbero risalire all’antico proprietario che, per salvaguardare le sue olive, fece spargere la voce dell’albero stregato in modo da scongiurare possibili furti.

Eppure tanti, tantissimi, giurano di aver visto luci, movimenti e "cose" strane, che quasi non si possono raccontare. In effetti, un’altra leggenda vuole che ogni notte all’interno dell’albero si svolga
la fiera delle fate: un vero e proprio mercatino in cui mettere in mostra oggetti preziosi e abbaglianti.

C’è ancora chi racconta che ogni sette anni, ai piedi dell’albero magico, si svolga una fiera di animali velenosi da ammirare, solo per qualche minuto, allo scattare della mezzanotte. Impossibile dare però un appuntamento perché nessuno sa da quando far partire il conto degli anni.

Ma non è tutto: un’altra leggenda racconta che proprio accanto all’albero, durante la seconda guerra mondiale, era stato allestito un aeroporto che i nemici non riuscivano a bombardare. Per questo soprannominato aeroporto fantasma, resistette fino al 1942, quando venne colpito a causa di una spia che ne rivelò le coordinate precise. Eppure lui, l’oleastro, rimase lì, senza alcun danno.

Anche perché pare sia impossibile da bruciare. Insomma un vero monumento del tempo che racchiude segreti e leggende.

Nonostante non ci sia nulla di vero e tanti oggi sorridono raccontando gli aneddoti legati all’albero, in città nessuno si avvicina e sono pochissimi i turisti che conoscono la sua esistenza. 
Arrivarci non è difficile: basta seguire le indicazioni per la contrada Scunchipani e proseguire seguendo i cartelli che ne indicano la posizione precisa.


04 ottobre 2021

Aspittannu...


 

Arà cummari Cuncittina bangiornu, chi vi succiriu?. Nenti cummari Giuvannina, oggi è ruminica, aspiettu a ma figghiu ca mi veni a pigghiari, mi prummisa ca mi porta 'ncampagna, accussì nun riestu sula e mangiu cu tutta a famigghia sua. 
U fattu è ca su dui uri ca sugnu assittata cà, fuorsi su scurdau, oppuri sa muggheri stu fattu nun su calau. Aspiettu n'autru puzzuddu e puoi pigghiu a strata ra vanedda, casu mai intra piattu ri pasta nun mi manca. Cummari Cuncittina nun ma arrabbiati, i figghi a lu voti su fatti accussì, piggghiunu 'mpegnu, ma tanti voti pa paci 'nta famighhia fannu finta ca su scordunu. Lassumu stari cummari, nui simu matri ranni è a tutti sti cosi ci passamu i supra, sapiti ora chi facimu?. Simu tutti rui suli e 'ncattivati, viniti a casa mia ca agghiu prontu u sucu fintu e na pinna ri pasta 'mpastata sta matina. Grazie cummari, facimu cuomu vuliti vui, accussì ni facimu tanticchia ri cumpagnia.
🤗💞 Per non dimenticare felice domenica a tutti.


✒️ Testo di Vincenzo Carnemolla
 ( 📸 Foto di @Tonino Trovato)

13 agosto 2021

La leggenda di Scilla e Cariddi: i due mostri mitologici che abitavano lo stretto di Messina

 

Scilla, ninfa dai bellissimi occhi azzurri, come si racconta nelle “Metamorfosi” di Ovidio, 
era fortemente amata da un giovane e bellissimo pescatore di nome Glauco. 
Il ragazzo, un giorno, mentre pescava in un punto in cui l’erba cresceva più verde, 
si accorse che i pesci, ormai morti, che poggiava su quell’erba, tornavano in vita e si rigettavano in acqua. Decise di assaggiare quell’erba e improvvisamente il suo corpo cominciò a trasformarsi. Gli comparve una coda di pesce al posto delle gambe e le sue braccia, il corpo, i capelli diventarono di un verde-azzurro, colore del mare. Così Glauco, diventato tritone si gettò in mare felice, dove viveva come una divinità marina.

Nuotando verso lo stretto Glauco incontrò la bellissima ninfa Scilla. 
Come la vide, il dio marino se ne innamorò follemente ma la ragazza lo rifiutò per il suo aspetto; così Glauco decise di rivolgersi ad una esperta maga perché facesse innamorare Scilla di lui.



La maga Circe


Questo grande amore scatenò però la furiosa gelosia di Circe, che voleva Glauco (figlio di Nettuno?) tutto per sé. E sappiamo di cosa fosse capace la maga Circe, in altre storie e avventure epiche raccontate da Omero. Circe si offrì a Glauco, ma respinta da costui perché fortemente innamorato di Scilla, architettò una crudele vendetta nei confronti della rivale in amore e gettò una pozione magica nelle acque della caletta, dove la ninfa si immergeva.

Quest’acqua così contaminata trasformò la bella Scilla in un bruttissimo mostro marino. 
Quando la ragazza vide il suo corpo mostruoso, disperata, si immerse, per non riemergere più, negli abissi dello stretto di Messina, in una profonda grotta, nelle cui vicinanze viveva, nascosto, un altro mostro marino, Cariddi, con una gigantesca bocca piena di varie file di numerosissimi denti e una voracità infinita.




La rabbia nei confronti di Circe si ingigantiva nell’animo di Scilla e la vendetta si abbatté per prima su Ulisse e i suoi compagni, quando questi tentarono di oltrepassare lo stretto di Messina. 
Il povero mostro marino- racconta Ovidio – a causa di questo gesto fu trasformato in uno scoglio, ma anche come scoglio era l’incubo dei marinai che se ne tenevano alla larga.

Nella realtà Scilla non è altro che uno scoglio, mentre Cariddi è un gorgo. In passato, però, 
essi rappresentavano, davvero, un grave pericolo per pescatori e marinai, poiché le imbarcazioni in uso allora non erano in grado di attraversare, senza correre pericoli, quel tratto di mare. 
Si tratta in effetti di correnti che attraversano lo Stretto di Messina sede di particolari fenomeni tra cui i vortici, chiamati bocche di Cariddi, dovuti alle correnti di marea e all’incontro-scontro di due mari, il Tirreno e lo Ionio che hanno caratteristiche e profondità diverse.


La fontana di Nettuno a Messina: ai lati 
Scilla e Cariddi


Questi personaggi mitologici, esaltati dalla fantasia dei grandi scrittori Greci, che riuscivano a rendere umani certi fenomeni naturali inspiegabili, continuano ad affascinare la fantasia popolare. Appartengono di diritto al patrimonio culturale e a quel bagaglio di storie e leggende che si tramandano, si trasformano, si adattano e segnano l’appartenenza a un territorio.

01 agosto 2021

Per ''sciusciarsi'', ma anche per il fuoco: il ''muscaloru'' dalle mille (e intelligenti) funzioni


"'U muscaloru"


Chi non ha mai visto in una casa antica – di nonni, zii o parenti anziani – il mitico muscaloru? Avrete sicuramente notato quella sorta di antenato della racchetta ''ammazza zanzare'', molto più raffinato, in legno intrecciato, a forma di ventaglio.

Un'immagine che probabilmente tutti conserviamo nella memoria è quella del nonno che corre per la casa brandendo il muscaloru per allontanare gli insetti e la nonna che si sventola col ventaglio nelle giornate più calde, recitando il rosario, ogni tanto interrotto da esclamazioni di sconforto quali ''chi cavuru oggi!'', ''staiu muriennu'', ''un cia fazzu cchiù'', e altri memorabili slanci di ottimismo.

Il muscaloru (forse dal latino ''muscarium'', che significa ''ventaglio scacciamosche'' e ''fiore ad ombrello'') o ''sciuscialoru'', era un ventaglio rustico col manico e aveva tante funzioni: la prima e principale era quella di allontanare le mosche durante la civiltà contadina, quando le condizioni igieniche non erano ottime.

Veniva costruito con legno di palma nana intrecciato e chiaramente poteva essere utilizzato anche come un vero e proprio ventaglio - nonna docet -, ovvero per ''sciusciarsi'', come antenato del ventilatore, nelle calde giornate estive: gesto rigorosamente accompagnato da imprecazioni contro il caldo

Un'altra importante funzione era quella di alimentare il fuoco, sventolando sulla fiamma ardente. A molti sarà capitato di ricevere da nonni o genitori l'incarico di ''sciusciare'' sul fuoco del ''cufularu'', cioè il focolare, l'ambiente che oggi a grandi linee corrisponde alla cucina, dove ci si riuniva per stare in compagnia e raccontare storie.

Ancora oggi c'è chi parte da quella tradizione rileggendola in chiave moderna e alimenta il fuoco delle "arrostute", per Pasquetta o il 1 maggio.

Tornando alle sue origini, il termine ''muscaloru'', tuttavia, non era utilizzato solo per il ventaglio, ma indicava anche la decorazione in ferro battuto che si trovava sull'arco dei portoni degli antichi palazzi. Veniva costruito da un fabbro e chiamato ''muscaloru'' perché aveva la forma di un ventaglio aperto, una sorta di mezzaluna ornamentale. L'aspetto bucherellato garantiva il passaggio della luce e dell'aria e spesso i muscalori erano dei veri e propri capolavori artigianali, a volte con le incisioni delle iniziali dei proprietari della casa.

Il portone veniva così reso più elegante per via del muscaloru, che aveva funzione di abbellimento ma anche di difesa, perché, grazie alla forma a ventaglio, entrava la luce ma non potevano entrare persone o animali.

Non finisce qui l'insieme dei significati che ha assunto nel tempo il termine ''muscaloru'': sempre con la funzione di protezione, in alcuni paesi, il muscaloru era un'apertura sopra le porte, con una rete, per evitare che le mosche entrassero; in altri paesi era un buco che si faceva sulla porta in basso per buttare dentro la chiave, quindi una specie di cassaforte.

C'era anche chi utilizzava il muscaloru, nella sua veste di ventaglio, poggiandolo sul piatto per impedire alle mosche di assalire le pietanze. Insomma il muscaloru non serviva solo per ''sciusciarsi'' e non era solo un ventaglio, nonostante questa sia la sua definizione più conosciuta e diffusa. Tante le sfumature di significato che hanno accompagnato questo termine oggi poco utilizzato.

Come nelle fiabe e nei ricordi del passato, che spesso si confondono, il muscaloru è un oggetto che tutti conoscono e che tutti hanno visto, probabilmente anche i giovanissimi, perché è una specie di mascotte che non può mancare nelle case dei siciliani.

Un posto privilegiato nella top ten degli oggetti tipici siciliani è, dunque, destinato al ventaglio dalle mille funzioni: oltre ad essere un simbolo di usanze e tradizioni che oggi non esistono più, è anche un dolce ricordo d'infanzia.

31 luglio 2021

Il Muratore

 



Un giorno prima di andare al lavoro, mi sono soffermato a vedere un uomo che veniva innaffiato da un passante con una pompa dell'acqua per trovare refrigerio. 
Erano le 14 e fuori la temperatura era di circa 41 gradi. Mi sono fermato perché mi ha incuriosito il suo volto. Io stavo semplicemente camminando ed ero un bagno di sudore, mentre lui stava lavorando sotto il sole a temperature proibitive. Ero immobile a vedere la sua sofferenza. 
Dopo un po' mi guarda e mi dice: 
"Studia caro ragazzo, e scappa all'estero, perché la mia è una vita di merda!!!" 
Gli ho chiesto: "Ma come fai? Ci sono 40' non si può lavorare in queste condizioni..." 
Mi ha risposto: "Ieri io e un mio collega siamo svenuti, ci hanno portato all'ospedale con l'ambulanza, ma il mio capo vuole che il mese prossimo sia tutto finito, devo lavorare per forza, altrimenti niente paga. 4 anni fa lavoravo in Fiat, poi mi hanno licenziato perché non serviva più personale. Ho una famiglia con due figli, e mi sono dovuto arrangiare. 
Oggi faccio il muratore, ma per loro lavorerei anche 24 ore al giorno, per vederli sorridere e stare bene. Ho la schiena a pezzi, e la pelle bruciata dal sole, ma devo farlo..." 
L'ho salutato augurandogli buona fortuna, e lui mi ha offerto una birra che aveva nel suo frigo termico. L'ho rifiutata, e sono andato a comprargliene altre due al bar vicino. 
Mi ha ringraziato dicendo: "Sei un bravo ragazzo, ti auguro che la vita ti sorrida sempre..." 
A quel punto ho ripreso il mio cammino, e nella mia mente avevo impresso continuamente il volto di quel padre di famiglia. Ieri ho incontrato così, per caso, un eroe che nessuno considera. 
Ci sono persone che si spaccano la schiena, le mani e soprattutto l'anima, per poche centinaia di euro al mese. 
Non chiamateli muratori... 
Chiamateli semplicemente EROI !

25 luglio 2021

Melone Cartucciaru di Paceco, il giallo più dolce di Sicilia




Straordinaria frutta siciliana.

 Melone Cartucciaru: un’eccellenza dall’anima antica. 

Ogni anno, in prossimità dell’estate, con il suo giallo colora le campagne di Paceco, nel Trapanese. Precoce e produttivo, non teme il confronto con gli altri meloni.

Nelle campagne di Paceco, a inizio del mese di giugno, cominciano a vedersi tanti accenni di colore giallo. Quel giallo appartiene a un’eccellenza autenticamente siciliana:
il Melone Cartucciaru. Cresce solo in Sicilia e ha una storia straordinaria. Pensate che, per un periodo, era caduto nel dimenticatoio. Grazie alla tenacia degli agricoltori siciliani, però, è stato recuperato e da allora ha vissuto una nuova epoca di splendore. Conosciamolo più da vicino e scopriamo perché è unico.

Cartucciaru di Paceco, bontà siciliana

Il Cartucciaru di Paceco ha una storia antichissima. Si tratta, infatti, di una varietà di melone molto antica, che si coltiva fin dai tempi dell’antica Grecia. Nella Bibbia si legge che la regina di Saba avesse regalato il melone al re Salomone e si narra che Cleopatra fosse solita utilizzare una maschera di bellezza con polvere ottenuta dai semi di melone, zucca e cetriolo. Già in queste epoche il frutto
si coltivava in Sicilia. Diodoro Siculo, nel quarto secolo avanti Cristo, lo aveva inserita tra i prodotti eccelsi. Questo passato glorioso ha poi vissuto un periodo di declino: ecco perché.

Negli anni Novanta e Duemila la coltivazione del Melone Cartucciaru di Paceco venne messa di lato, per dare spazio ad alcune varietà più commerciali, in grado di assicurare raccolti abbondanti in tempi ridotti. Grazie alla tenacia dei contadini e all’impegno dell’assessorato delle Risorse Agricole e Alimentari della Regione Sicilia, però, alcune aziende reintegrarono la coltivazione nei loro poderi. Ottenuta la semente originale da un agricoltore 92enne, uno dei pochi depositari di una tradizione millenaria, i pacecoti sono riusciti a riportare in vita questa coltivazione unica al mondo. E oggi il melone di Paceco trionfa in tavola. Eccone le caratteristiche.

Le caratteristiche del melone di Paceco

Il Cartucciaru è una pianta rustica. Ha una forma allungata, simile a un pallone da rugby, 
con una polpa bianca e molto succosa, dal sapore dolce. Rende il meglio di sé nella preparazione della granita, per il gelato, ma anche per realizzare i dolci della zona. Si utilizza anche in un liquore molto apprezzato. La semina si effettua a metà aprile. Nei mesi seguenti il paesaggio delle campagne si colora di meloni maturi. Questo frutto appartiene, come il Purceddu d’Alcamo (che è però è verde), il tondo giallo di Fulgatore e il bianco tondo, ai cosiddetti “meloni d’inverno”. 
Tenendoli in luoghi ventilati e freschi, 
diventano più dolci con il passare del tempo e si conservano ancora un paio di mesi, alcuni fino a Natale. Sono tutti ottimi frutti da tavola, ma si utilizzano anche per le granite e per il gelato.

20 luglio 2021

Marittimi= soldi.


Questo è quello che pensano tutti. 
Dietro, pero', ci sono sacrifici sovraumani e questo "particolare"
passa inosservato a tutti. 
Sacrifici enormi, che a volte pesano come macigni non solo per i marittimo sulla nave, tra cielo e infinito senza sosta, a volte per quattro mesi di fila, lontano dalla famiglia, dagli adorati figli, dall'amore, da un abbraccio, da una parola di conforto al momento del bisogno, da uno sguardo complice quando serve, da un bacio quando lo desideri. 
E lo stesso vale per chi a casa quell'uomo speciale, quel padre unico per i propri figli. 
Una sofferenza familiare condivisa. 
Un sacrificio condiviso in egual misura, perché il tempo che passa e che viene negato dalle circostanze, nessuno te lo ritorna indietro. 
Ma l'amore è il rispetto per il lavoro e per le vie reciproche vale tutti i sacrifici e tutto il dolore, 
la solitudine dei lunghi mesi lontano. 🏠💪🏻🤍❤️


Non è un film 🎥 è la vita vera. 
La vita di noi marittimi. Fortunatamente l’equipaggio è stato evacuato in elicottero 🙏🏻






19 luglio 2021

Pasticceria Torrisi (u" Catanisi)





di Franco Blandino

......era solito all'uscita dalla chiesa dopo il matrimonio, andare alla villa comunale per le foto di rito, due le foto che non mancano nei nostri album o quelli dei nostri genitori: davanti alla vasca dei cigni e, abbracciati al grosso albero all'entrata... dopodicche' si andava a depositare il mazzo di fiori ai piedi della Madonnina. 



               Villa Comunale   

    


 Statua della Madonnina


Dietro c'era il supermercato dei Ciacera, entrando c'era la cassa con la sig.ra Rita a vigilare sulla destra si saliva una rampa e dentro un gabbiotto c'era lui il Grande Vecchio tra "cartuzze" dei conti e con lo sguardo vigile. Attaccato al supermercato la farmacia della dott.ssa Morana, si accedeva salendo due gradini in un'unica vetrata, un locale angusto tant'e' che il bancone era quasi attaccato all'entrata dietro' una tenda separava il retrobottega. 






Lei la dott.ssa aveva i capelli bianchi e il viso scarno ma in compenso c'era il marito un maresciallo che aiutava. 


C'era un distributore di benzina (c'e' ancora)


Distibutore benzina  Barone     


e dietro c'era il salone di mastro Tore attaccato al salone la sede del MSI....difronte nella piazzatta dirimpettaia l'edicola Ro' Barunieddu' un signore di piccola statura ma sempre elegante nei suoi vestiti la moglie' la sig.ra Ciccina' era conosciuta perche' era un'infermiera a domicilio. 






Chiosco Giornali " Barunieddu "


In piazza dietro il monumento dei Caduti' c'era la sede della Democrazia Cristiana (palazzo Giunta), dove la domenica alle 18 si andava a vedere la partita in tv in bianco e nero. Dirimpetto c'era la sezione del PSI con accanto la pasticceria Torrisi (u'' catanisi)




18 luglio 2021

Compare di notte tra la nebbia dei vicoli: la storia (triste) della donna più bella di Erice


il borgo medievale di Erice



Una leggenda romantica (ma anche dolente) che affonda le sue origini nella tradizione popolare secondo cui nel borgo medievale ci sarebbero le donne più belle della Sicilia

Erice come l’altra Sicilia, come un’idea della irriconducibilità dell’Isola a un’immagine acquisita dalla storia collettiva. È così il Monte Erice, allacciato tra le nuvole, che svetta e troneggia sul mare come un monarca fiero, ripido e selvaggio fra tornanti boscosi e panorami improvvisi.

Il paese è tutto ciottoli e sampietrini, con i muri di pietra che proseguono oltre la fine delle case con digressioni strettissime e varchi misteriosi.

Dominano le severità cromatiche, spezzate come un incanto dalla vividezza dei fiori esposti sui balconi e agli angoli delle persiane, che trascinano con sé i fianchi ossuti delle scalinate e le chine precipitose dei vicoli. Anche la piazza, quasi chiusa su tre lati, è inclinata e sghemba, come non desse pace all’approdo.

Chiese e conventi medievali di questo «tempio incorrotto, di età pietrificate», per dirla col poeta Dino D’Erice, restituiscono al luogo la sua origine medievale, austera e tacitante, fino a che la nettezza dei profili di pietra sbava le sagome all’incanto della nebbia; come in un velo di talco la luce si opacizza e cala la sera, i passanti si fanno radi e solitari, le strade segnano il passo agli angoli dei lampioni, e ogni cosa si trasfigura come nelle pagine di un romanzo di Eugène Sue.

Con la notte, la nebbia inghiotte il paese: prima lo confonde, poi lo fagocita in una cappa onirica e straniante. Il Giardino del Balio, la Torretta Pepoli, il Castello di Venere, e tutto scompare. Sfugge il campanile obliquo dell’antica Chiesa Madre, insieme ad alcuni scorsi fatti salvi e restituiti, e con l’alba Erice si fa un posto gentile, un rifugio fiabesco, nella dimensione intatta che apre lo sguardo al mare delle Egadi.

A Erice si coltiva un mito, la leggenda di un fantasma che compare di notte, confuso tra le ombre lunghe dei vicoli o strisciando al sole torrido della canicola. Lo spirito ha la forma di una banda sinuosa e nera, come un serpente che si affaccia tra le antiche pietre, e richiama la storia triste della donna più bella mai vissuta in questa parte di Sicilia.

La sua anima delicata compare tra le fitte nebbie, conchiusa entro le mura della città a un tormento senza tregua: è il fantasma della Bellina.

Questa fanciulla bellissima, vissuta probabilmente intorno al XIII secolo, pare che infesti con la sua presenza le case abbandonate di Erice, affacciandosi alle finestre delle casupole più infelici per attirare a sé i malcapitati, che, accorsi d’istinto a un cenno affatturato di donna, alla sensualità trasgressiva di un amore imprevisto, giungono - posseduti da lei - al suo cospetto e nel momento in cui gli sguardi si incrociano compiono l’esperienza raccapricciante di vederla tramutata in un’orrenda biscia nera.

In un suo libro sulle leggende popolari siciliane, Giuseppe Pitrè così descrive la terribile scena della trasformazione.

«…allunga le gote, allarga il mento e la fronte sì da empire il vano della finestra; e gli occhi, pur ora sì belli, diventan lividi e lucion di fiamme, rivolgendosi a destra e a manca quasi pendolo d’orologio».

Una metamorfosi terribile, la conversione all’orrore dei sentimenti più puri. Secondo la leggenda, la Bellina era un’incantevole ragazza di nobile casato, con lunghi capelli neri e lineamenti eterei e pieni di grazia, e gli occhi seducenti e alteri.

Chi la vedeva, se ne invaghiva al primo sguardo, desolando al rifiuto che lei opponeva a chiunque mentre restava a lungo affacciata alla finestra della sua casa guardando il mare oltre l’orizzonte. Era di una bellezza pensosa e triste, forse perché aveva nel cuore un unico amore, un soldato partito per una guerra di ventura da cui non fece più ritorno.

Prima di partire, lui le aveva fatto dono di un anello; era la sua promessa di matrimonio, il suo pegno di felice ritorno.

Passavano le settimane e i mesi, cambiavano le stagioni, e della Bellina si innamorò un ricco barone; lei lo respinse, e il nobile pur di averla con sé si rivolse a un mago per farle un incantesimo atroce. Riuscì a impadronirsi del suo anello e lo face maledire, e con questo la ricattò promettendole di restituirlo in cambio di un solo bacio.

All’appuntamento fissato, vedendo il barone che lei resisteva a ogni sua molle lusinga, gettò l’anello in un impenetrabile cespuglio di rovi e se ne andò spedito e scontroso, lasciandola disperata con le mani affossate alla terra per riavere il suo pegno d’oro. Quando le parve di vederlo, invischiato tra i fili cespugliosi, allungò una mano per prenderlo e si punse con una spina, e per incantesimo la Bellina si tramutò in una biscia.

Da allora si dice che vaghi tra dimore solitarie e case abbandonate, in mezzo ai rovi e sulla terra, strisciando come un serpente, condannata in eterno d attirare a sé tutti gli uomini che aveva rifiutato in vita.

Una leggenda romantica e dolente che affonda le sue origini nella tradizione popolare secondo cui a Erice ci sarebbero le donne più belle della Sicilia, e non è un caso che nell’antichità vi era un tempio dedicato alla Venere Ericina, ideale sacro dell’amore e della bellezza.

Ciò nonostante, sempre secondo la leggenda, l’incantesimo avrebbe tramutato l’avvenenza femminile al contrappasso della mostruosità se le donne fossero discese dal monte alla costa, e chissà che la Bellina non sia il custode avveduto di questa credenza affascinante, costringendo a una reclusione dorata tra le nebbie fatate di un’Erice meravigliosa.

04 luglio 2021

La Chiesa Madre e la sua "sacra coperta": la città di Sortino tra antichi simbolismi e tradizione

Il Sagrato e la Chiesa madre di Sortino


L'antico borgo è stato completamente raso al suolo dal terremoto del 1693 insieme a 700 chiese e 250 monasteri di tutta la Sicilia orientale e fu impossibile ricostruire sulle macerie

Nell'entroterra siracusano, situata fra i Monti Iblei e circondata da profonde vallate, si trova 
la città di Sortino: tesoro di storia, bellezze naturali ed architettoniche.

Sorge ad un'altitudine di 424 metri sul livello del mare, su una terrazza rocciosa. La sua storia è indissolubilmente legata al celebre sito della necropoli di Pantalica (XIII sec. a.C.), che ricade sul suo territorio, ed è quindi situata nell'alta valle dell'Anapo.

L'antico borgo è stato completamente raso al suolo dal terremoto del 1693 insieme a 700 chiese e 250 monasteri di tutta la Sicilia orientale, si scelse quindi di abbandonare il sito per l'impossibilità di ricostruire sulle macerie.

Il nuovo paese fu interamente ricostruito più in alto, sulla sommità della collina Cugno del Rizzo, secondo un assetto urbanistico tipico della città di nuova fondazione: a schema reticolato e con due direttrici perpendicolari l’una all’altra (oggi Corso Umberto I e via Libertà) che, nel loro punto d'intersezione, davano luogo alla piazza ottagonale Quattro Canti, ancora oggi cuore pulsante del paese.

Il celebre miele di Sortino è senza dubbio il suo prodotto alimentare più noto: viene prodotto presso il territorio sortinese dall'epoca in cui gli Arabi, durante la loro occupazione della Sicilia, insegnarono agli abitanti del luogo come produrlo. Sortino è per l’appunto definita “la città del miele” per la sua eccellente produzione.

Ma questa cittadina vanta un’altra particolarità, il sagrato della Chiesa Madre. L'architetto Michelangelo Alessio disegnò il primo progetto della Chiesa Madre, dedicata a San Giovanni Evangelista (1734- 1759), e con essa il sagrato.

Su un piazzale lastricato magistralmente con ciottoli di fiume bianchi e neri e delimitato da pilastri quadrangolari sormontati da grosse anfore, si erge questa chiesa, la cui facciata in stile barocco, presenta tre nicchie contenenti le statue di San Giovanni, Mosè ed Elia e un portone centrale affiancato da due coppie di colonne tortili. L'interno è a tre navate delimitate da grossi pilastri che confluiscono in un luminoso transetto su cui è impostata la cupola.

Ma torniamo al vero gioiello di questo luogo: il termine sagrato viene dal latino "sacratum" ("spazio consacrato") ed è appunto il luogo sacro che sta davanti alla chiesa e che serviva in passato anche da rifugio.

Il sagrato della Chiesa Madre di Sortino, iniziato nel 1774 e finito 10 anni dopo, 
rappresenta l'elemento simbolo dell'intera comunità sortinese perché racchiude in sé la tradizione e la religiosità.

Ricorda infatti i disegni tipici delle coperte che anticamente venivano lavorate dalle sapienti mani delle donne sortinesi (“vancali”) e che si mettevano ai piedi del letto, nello stesso tempo le decorazioni geometriche svelano un sistema cifrato di elementi simbolici in cui la comunità ha trasferito e riposto la propria identità e le proprie speranze di continuità.

Il sagrato, quindi, può essere accostato all'immagine metaforica di una sacra coperta ai piedi della Chiesa Madre: è un ciottolato, cioè un insieme di pietre di vari colori raccolte dagli abitanti di Sortino dal fiume Anapo e trasportate al paese dagli stessi sortinesi. In realtà possiamo dire che erano 
le donne sortinesi che, andando a lavare i panni al fiume, raccoglievano delle pietre di forma e dimensione ben precise. Le pietre potevano essere posizionate di testa verso l’alto, a coltello, di piatto e a spina di pesce. Anticamente il sagrato era recintato in tutto il suo perimetro, mentre oggi possiamo trovare solo dei pilastri sormontati da pigne che simboleggiano l’abbondanza.

Il sagrato, come già detto, è un simbolo religioso: negli scalini d'entrata possiamo trovare dei fiori a quattro punte (simbolo di purezza) che servivano ad allontanare gli spiriti malvagi davanti alla chiesa e nella parte superiore; davanti all'ingresso si trova una grande stella a otto punte con due corone ai lati che sono disposte come raggi solari.

I ciottoli sono disposti a formare disegni geometrici dove si distinguono triangoli (simbolo della trinità) che messi insieme formano le losanghe, linee zig zag, rombi, calici sormontati da forme circolari, disegni a forma di x (forse a simboleggiare il nome di Cristo): identificati come occhio apotropaico o simbolo femmineo di fertilità.

Infatti le decorazioni geometriche svelano un sistema cifrato di elementi simbolici, ripetuti come in un mantra, invocanti alla fertilità e facenti riferimento al linguaggio iconografico arcaico sviluppatosi attorno al culto preistorico della Dea Madre (la Vergine Maria), divinità generatrice venerata nell’intero bacino del Mediterraneo, la cui venerazione spesso in questi luoghi supera quella per il Cristo stesso.

Ogni spazio sacro necessita di un elemento fisico che ne permetta l'isolamento, la separazione dalla vita terrena, che lo preservi dalla contaminazione del caos. Nelle culture nomadi arcaiche, lo spazio sacro della preghiera era compresso, per ragioni pratiche, nella scala individuale del tappeto, capace di isolare l'uomo dal terreno.

Nella sua dilatazione scalare, come lo era il tappeto per l'unità, il sagrato rappresenta l'elemento di determinazione sacra per l'intera comunità, che in esso si identifica. Qui, più che altrove, tutto questo trova compimento in una mirabile opera.

26 giugno 2021

‘A Muscalurara

 Muscalurara

Chi era ‘a Muscalurara? Parliamo di 
antichi mestieri siciliani, quelle professioni di un tempo, che oggi non ci sono più. Per capire chi fosse, è necessario partire dalla definizione di un termine: “muscalora“, cioè ventagli di palma nana utilizzati per ravvivare il fuoco. La muscalurara vendeva anche cappellacci.

La Muscalurara indossava solitamente una veste ampia e girava portando nelle mani numerosi muscalora. Oltre che per ravvivare le fiamme, si utilizzavano anche per rinfrescarsi in estate. La muscalurara portava anche sul capo molti cappelli di paglia, infilati l’uni sull’altro, poiché aveva già le mani impegnate. I cappelli erano destinati agli uomini, che li avrebbero indossati per lavorare nei campi.

A raccontarci chi fosse arriva, puntualmente, Giuseppe Pitrè, che tanto ha tramandato in fatto di storie e personaggi di Sicilia. Ecco cosa ha scritto della “Za Maddalena”, un personaggio molto caratteristico:

“La Za Maddalena, unica donna (non Palermitana) che a Palermo va a piedi nudi, ha il marito nei guai (in carcere) e, un po’ per lui e un po’ per la famiglia, vende coffi e muscalora. Le sue sporte ed i suoi ventagli, sono lavorati nelle Grandi Prigioni, con foglie di palma, così pure i cappellacci, che essa, a dozzina, infilati l’uno sull’altro porta sul capo, non 
potendolo tra le mani”.


25 giugno 2021

Nettascarpe, oggetti antichi che “abitano” ancora oggi nelle città siciliane

 

                                      nettascarpe

A cosa servivano i nettascarpe?

. Con un nome così non è difficile intuirlo

. Si usavano per pulire le calzature 
  prima di entrare negli edifici.

. Ancora oggi si incontrano camminando per le      strade delle città, ma non tutti ne conoscono 
 la storia.

. Oggi ci sembrano inutili, ma in passato non lo      erano affatto.

Quante volte, camminando per strada, ci siamo imbattuti in strani oggetti di metallo, piantati nei marciapiedi o fissati ai muri? Magari abbiamo anche rischiato di caderci sopra. Sono i nettascarpe e un tempo venivano utilizzati per strofinarci sopra le suole e pulirle dal fango. Vengono anche chiamati “grattascarponi“. 
In Sicilia se ne trovano ancora molti anche se, a dire la verità, diventano sempre più rari. Di solito erano in ghisa. Non è facile ricostruirne la storia. A quanto pare, a Roma esistevano già nella prima metà del 1700, ma divennero popolari in tutta Europa nel secolo successivo. La forma, che variava, era legata al prestigio dell’edificio cui facevano riferimento. Se. infatti, per le abitazioni più umili erano semplici rettangoli o barre, per i palazzi più nobili erano anche decorati o avevano la forma di decori.

Non è difficile intuire che, prima che ci fosse l’asfalto, la loro presenza era tutt’altro che superflua. Non era inusuale percorrere 
strade polverose e terrose. 
Soprattutto in caso di pioggia, c’era realmente bisogno di pulire le suole. In città, tra l’altro, si poteva anche calpestare lo sterco dei cavalli che trainavano carretti e carrozze. Nel 1925 un regio decreto ne raccomandò addirittura la presenza in tutti gli alberghi, ma con la seconda guerra mondiale iniziò il declino di questi oggetti. Vennero, infatti, inseriti tra i materiali ferrosi da riciclare per fabbricare armi e munizioni. Negli anni Sessanta, poi, cambiarono decisamente i canoni per la costruzione di nuovi edifici e quartieri. In alcuni casi, i nettascarpe sopravvissuti vennero anche staccati o inglobati nei marciapiedi.

Biagia - Silvana ❤ La Storia di Pozzallo_3 Silvana La Pira_3

                         - Silvana La Pira -

anticamacina

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