Ciao, vuoi sapere perchè il mio blog si chiama così? Puoi soddisfare la tua curiosità leggendo il post che ha per titolo " Antica Macina" Se vuoi scrivere un commento ai miei post,lo leggerò volentieri . Puoi scrivere pensieri,critiche, poesie, usa la forma che vuoi. Grazie...un saluto Tony
27 giugno 2020
26 giugno 2020
Sicilia Segreta
Situata nella zona meridionale dei Monti Iblei,
MODICA è una città singolare e sorprendente.
Il suo territorio urbano si sviluppa su un esteso altopiano solcato da profondi canyon (detti cave) e sorge sulla confluenza di due fiumi ormai asciutti, Pozzo dei Pruni e Janni Mauro, che lo dividono in quattro colline: Pizzo a nord, Idria ad ovest, Giganta ad est e Monserrato a sud.
MODICA è una città suggestiva e affascinante, con il suo groviglio di casette, viuzze e lunghe scalie, sulle quali svettano i magnifici campanili delle tante chiese che, solitamente non si affacciano su piazze, ma su imponenti e scenografiche scalinate, modellate sui declivi delle colline.
Il centro storico della "Città delle cento chiese", così chiamata per la grande quantità di edifici religiosi che ospita, ha un impianto medievale, cresciuto intorno allo sperone della collina del Pizzo, sul quale è abbarbicato, inaccessibile, il Castello dei Conti di Modica.
La zona vecchia della città, è costituita da casine addossate le une sulle altre, che spesso non sono altro che l'estensione di antiche grotte abitate sin dalla preistoria (nel centro abitato ci sono circa 700 grotte). Ciò che rende però, la città così unica e affascinante, tanto da farle meritare il riconoscimento dell'UNESCO di 'Patrimonio Mondiale dell'Umanità', non è soltanto l’opulenza di chiese e palazzi tipica del barocco, ma anche l’omogeneità di queste costruzioni, in gran parte edificate dopo il tragico terremoto del 1693 che sconvolse l'intera Val di Noto, seminando morte e distruzione.
Poco è rimasto delle epoche precedenti come il portale gotico della Chiesa del Carmine; le rovine della Chiesa di Santa Maria di Gesù, risalente al XVI secolo; la Cappella del Sacramento, del XV secolo; la Chiesa rupestre di San Nicolò Inferiore, del XII secolo.
Di notevole rilevanza è anche la necropoli di nelQuartiriccio, quartiere Vignazza, con tombe a forno scavate nella roccia e risalenti al 2200 a.C.
25 giugno 2020
Come le nostre nonne stiravano
Il primo ferro da stiro che ho visto (anni ’30) era quello pesante che si metteva
direttamente sulla stufa.
La piastra si riscaldava e la nonna poteva stirare il tempo che durava questo calore, ovvero pochissimo. Insomma per dare una piega ai capi ci voleva davvero tanto tempo.
Ve le ricordate le stufe di una volta fatte a cerchioni concentrici i quali si toglievano uno ad uno, a seconda della grandezza della pentola da mettere?
Ebbene, quella era la stufa su cui si poggiava il ferro da stiro.
Successivamente ho visto utilizzare quello dove si mettevano le braci direttamente dentro al ferro. Quello per intenderci che, come cimelio, si trova ancora in tante case.
Era tutto nero e aveva l’apertura in alto che permetteva di riempirlo di braci ardenti.
Questo ferro aveva un’autonomia più grande rispetto a quello di prima.
Per poter stirare agevolmente si spruzzava la stoffa con dell’acqua.
La bruciatura era assicurata se non si aveva l’accortezza di mettere uno straccio tra la stoffa e il ferro. Le stoffe sintetiche non erano ancora arrivate nelle nostre case per cui i capi da stirare erano prevalentemente in canapa, lino o lana.
24 giugno 2020
" IL Ceraiolo " Le Professioni di un tempo
Il ceraio fondeva favi in acqua calda per eliminare corpi estranei e residui di miele.
Sulla superficie dell'acqua, una volta raffreddatasi, si formava una focaccia di cera greggia che, disposta sopra il fuoco, veniva fatta bollire fino a quando non si fosse completamente liquefatta.
Era cura del ceraio mescolare con una spatola di legno la cera, al fine di non farla aderire ai bordi e quindi bruciarla.
Una volta che essa appariva ben fusa, si colava nei tini di legno, dove riposava per alcune ore, prima di essere passata in un bacile forato e riversata nelle bagnatoie, da dove le fettucce di cera ottenute venivano prelevate mediante una forca a tre denti per essere sbiancate.
Dopo che le cordelle avevano raggiunto il giusto grado di bianchezza, il ceraiolo le riponeva nuovamente nelle caldaie dove venivano liquefatte.
A quel punto il prodotto era pronto per essere sistemato in un contenitore con 2 manici e 2 becchi. Tale attrezzo permetteva al ceraio di versare più facilmente la cera nelle tavole da pani.
Essi, dopo essersi coagulati ed induriti, erano utilizzati dal ceraio per creare candele, ceri e candelotti. Per quello che riguarda la manifattura delle candele, il ceraiolo, dopo aver provveduto a fissare i lucignoli di cotone su un cerchio di ferro, li immergeva più volte finché non avessero raggiunto una determinata dimensione. Riposti successivamente tra due pali, venivano presi e sistemati sopra una tavola ben levigata e pulita, al fine di essere arrotolati.
Terminata questa fase, mediante un coltello di legno si creava la testa a ciascuna candela.
I lucignoli, lasciati così scoperti, venivano infilati di nuovo negli uncini del cerchio metallico, affinché le candele fossero fatte precipitare nuovamente nella cera fusa.
La sua qualità era determinata dal colore, il quale doveva essere d'un bianco candido e trasparente.
In passato un espediente per accertare la mancanza di grassi nella candela era quello di far calare una goccia di cera liquefatta sopra un panno ed aspettare che si asciugasse, affinché si potesse distaccarla dal tessuto, il quale non doveva presentare alcuna traccia di unto.
Oggi, il mestiere del ceraiolo è pressoché scomparso, essendo stato soppiantato dalle moderne tecnologie.
23 giugno 2020
Antichi mestieri: lo scopettaio
Il lavoro veniva fatto con cura, nutrendo la speranza di una discreta mancia.
Le spazzole destinate alla pulizia dei vestiti erano fabbricate con del pelo animale morbido
(cinghiale o maiale).
Questa specie di scopette, oggi sono state soppiantate dai “roller” di carta gommata e da quelle realizzate in microfibra.
Inoltre, un tempo, quando le donne facevano il bucato, strofinavano i panni con sapone e dove lo sporco era più resistente, usavano una scopetta di saggina per strofinare più energicamente.
Anche in questo caso la classica spazzola non è più usata, e se proprio necessita, si usano quelle in plastica, molto più resistenti ed ugualmente efficaci.
Esistevano ed esistono spazzole dalle setole di metallo, anche oggi adoperate, ad esempio, nei lavori edili, ma dove ancora la spazzola furoreggia, non avendo trovato una valida sostituzione è nella lucidatura delle scarpe.
Anticamente le scopette venivano usate anche per pettinarsi.
Si adoperavano soprattutto sui bambini, in modo da non poterli nuocere.
Nonostante i progressi della tecnologia, l’antica scopetta, in alcuni casi, ancora resiste tra gli arnesi utili della casa. Quello che per noi è un oggetto tanto semplice e necessario, un tempo veniva realizzato con particolare maestria dallo scopettaio, figura che faceva e vendeva le scopette.
22 giugno 2020
Il complesso della torre di San Filippo
Il complesso della torre di San Filippo (foto Rossella Papa)
Un'apparizione che torna il 7 di ogni mese: fa paura la leggenda della Torre negli Iblei
È una Sicilia che abbandona l’idea stessa del mare, e non perché la rifiuta, scontrosamente, ma per l’identità fortissima che la campagna definisce a questi luoghi di suggestivi tramonti e di prosperose vallate.
Fra muri a secco, manti di carrubo e ulivi secolari, ecco un pezzo delle Cento Sicilie di Gesualdo Bufalino, e ancora una volta è alla luce del sole che cade l’ombra, e con essa il mistero sbavato delle sue cronache di leggenda.
Siamo in contrada Santa Rosalia, a metà strada fra Giarratana e Ibla, in un luogo impervio e assediato dalla ricca natura che lo avvolge, nelle quiete che irrompe magnifica per gli ozi della solitudine, in un maniero criptico e sibillino.
È la Torre San Filippo, uno splendido edificio in pietra che ha uno stile insolito, e, per certi aspetti inspiegabile, di certo assai differente dalle residenze nobiliari dell’intorno: ha una pianta labirintica, una perimetrazione eccentrica, uno splendido portone gotico, e una leggenda che fa paura.
Per l’eleganza del progetto e per l’apparato decorativo, questa residenza di campagna somiglia più a un castello – con una torre d'avvistamento e una chiesa privata al suo interno – che a un caseggiato rurale, pure se ben concepito.
Al fascino del luogo, indiscusso, non da meno ha giovato una leggenda riportata – anche sulla stampa – dal professore Gaetano Giovanni Cosentini, che narra di una donna inseguita dai cani.
Sembra una novella di Giovanni Boccaccio, o, meglio, proprio l’ottava della quinta giornata del Decamerone, quella che ha per titolo Nastagio degli Onesti, dove si racconta di un giovane che, inoltratosi a passeggiare nella pineta di Classe, assiste a una scena orrenda: una giovane donna inseguita da due mastini e dal fantasma di un cavaliere armato di pugnale, che, raggiuntala, la uccide e ne dà da mangiare il cuore e le interiora ai cani. Boccaccio è solo una suggestione narrativa, un’intersezione fra i bagagli della memoria, e la Sicilia è terra di fantasie popolari imperscrutabili; e però, in questo caso, la leggenda – a quanto pare – ha trovato conferma nelle strane apparizioni segnalate dai contadini della zona.
Per comprendere il confine fra la verità e l’invenzione, bisogna che si inizi dai tempi antichi in cui nella Torre di San Filippo viveva un ricco proprietario con l’unico figlio maschio, colui che avrebbe ereditato le immense ricchezze del feudo. Pare che il giovane si fosse invaghito di una bellissima ragazza dai lunghi capelli biondi, ricambiato nei suoi sentimenti al punto tale da sposarla e condurla con sé nello splendido maniero, viziati all’amore di un tempo felice.
Ma giunto sul posto un affascinante guardiacaccia, la giovane sposa si prese d’inquietudine, e così la tentazione rese gli estranei complici, e i complici amanti.
Approfittando delle assenze per lavoro del marito i due si consumarono nella passione, fino a che uno stalliere non denunciò quel che accadeva quasi sotto i propri occhi al marito ignaro, che, il sette di novembre, fingendo di allontanarsi per i campi, si nascose.
Attese, con disumana pazienza, l’incontro degli amanti furtivi, e accecato dall’ira per l’orgoglio ferito uccise a morte con un pugnale il giovane guardiacaccia.
Consumato il brutale assassinio, la donna fuggì via terrorizzata mentre il marito scioglieva la muta dei cani, lanciati a inseguirla come bestie cieche.
Lei salì sulla Torre, faticando sui gradoni freddi come un’invasata, e raggiunta dai cani inferociti al limite delle pareti merlate, si gettò precipitando nel vuoto.
Da allora, il sette di ogni mese, secondo quanto pare dicano i contadini della zona, appare l’immagine di una donna dai lunghi capelli biondi che si affretta inseguita da sette cani neri come la pece. Se ne distinguono le sagome, nel tumulto di una folle corsa, che ringhiano fameliche, sull’orlo della torre mentre la donna si butta giù e svanisce a mezz’aria come uno spirito.
Poco dopo si smorzano i latrati e tutto torna al silenzio, che in certi luoghi è più spaventoso delle urla, perché è soltanto una pausa, un non-tempo che conta inesorabile i successivi trenta giorni affinché tutto riaccada.
Gli improvvidi che si sono azzardati alla Torre, la cui scala d’accesso è in parte distrutta e a forte rischio di crolli, avranno goduto di un paesaggio strabiliante che domina tutta la vallata, talmente bello da far dimenticare il trepestio dei passi affannati della bella giovane, ridotti a una povera eco lontana, come in tutte le campagne di Sicilia in cui i cani abbaiano alla luna prima del sonno. Un'apparizione che torna il 7 di ogni mese: fa paura la leggenda della Torre negli Iblei
21 giugno 2020
Lavori di un tempo: il votapozzo
smaltitoi e le fogne.
Quando nelle abitazioni non c’era ancora l’acqua corrente, infatti, chi poteva avere un pozzo in casa o nelle vicinanze, era fortunato.
Nelle città e nei borghi medievali la cisterna era collocata al centro e garantiva l’unica riserva d’acqua che era disponibile a scopo alimentare ed igienico.
In campagna i pozzi erano disseminati quà e là.
Periodicamente bisognava provvedere alla loro pulizia per evitare malattie causate dall’assunzione di acqua sporca.
E allora entravano in scena i “votapozzi”. Si trattava di un lavoro da fare in coppia.
Uno di essi, dopo essersi passato intorno alla coscia l’anello di una robusta corda, che l’altro teneva all’estremità, saliva sull’orlo del pozzo, abbracciava la corda del pozzo con entrambe le mani e si lasciava andare giù.
Nel frattempo il suo compagno lasciava scorrere la fune, facendo un po' di resistenza per sollevarne il corpo e potere impedire la caduta, nel caso la corda si fosse spezzata.
Quando il ripulitore era disceso il più possibile vicino alla superficie dell’acqua del pozzo, il socio fissava l’estremità della fune a qualcosa di saldo.
Il ripulitore, dal canto suo, conficcava tra le pietre 2 chiodi per ciascun lato del pozzo, servendosi di un grosso martello che aveva portato con sé.
Quindi, con l’aiuto della corda risaliva quel tanto che bastava per appoggiare i piedi sui chiodi. Mantenendo questa posizione, procedeva alla pulitura del pozzo, servendosi di una cucchiaia di ferro traforata e dotata di un lungo e forte manico di legno, che il compagno gli aveva fatto arrivare attaccata ad uno spago.
Affondando questo strumento nell’acqua, raschiava il fondo del pozzo per eliminare ogni tipo di immondizia che vi trovava e che riponeva nel secchio del pozzo,
che il compagno provvedeva a tirare fuori.
L’operazione si ripeteva tante volte quante fossero necessarie, e terminato il lavoro il votapozzo ritornava in superficie, servendosi dei supporti che aveva usato per la discesa.
Oltre alla pulitura dei pozzi, era competenza dei votapozzi, svuotare le fogne.
Questa esigenza era particolarmente sentita nelle grandi città,
dove il rischio di epidemie era sempre presente.
Procedevano dopo che la fogna era restata aperta per 24 ore e dopo che il mastro
votapozzo l’aveva esaminata.
Verso sera, un carro pieno di botti asciutte e dotate di un foro quadrato in uno dei fondi,
giungeva nel luogo.
Il lavoro si svolgeva durante la notte. Gli addetti si calavano dentro la fogna e muniti di gerle tiravano fuori la materia putrida che veniva versata nelle botti che erano state allineate nella strada e una volta piene venivano portate via e scaricate fuori dalle città.
Tali lavoratori dovevano svolgere queste operazioni più velocemente possibile, perché la prolungata esposizione alle esalazioni, secondo la medicina del tempo, a lungo andare provocava la cecità.
Oggi, anche per via del cessato utilizzo dei pozzi, tale figura ovviamente non opera più.
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