22 giugno 2020

Il complesso della torre di San Filippo



Il complesso della torre di San Filippo (foto Rossella Papa)    


Un'apparizione che torna il 7 di ogni mese: fa paura la leggenda della Torre negli Iblei

Se Ragusa Ibla è un incanto, con le sue stazioni di meraviglia che si affacciano tra vicoli e cortili, stretti e intricati come una tela sulla roccia, al passo che guida sino ai fianchi incurvati del Duomo di San Giorgio, e da lì come per miracolo si apre a una delle più sontuose epifanie di bellezza di tutta l’Isola, non da meno è il paesaggio che dalla città muove all’entroterra. 
È una Sicilia che abbandona l’idea stessa del mare, e non perché la rifiuta, scontrosamente, ma per l’identità fortissima che la campagna definisce a questi luoghi di suggestivi tramonti e di prosperose vallate. 
Fra muri a secco, manti di carrubo e ulivi secolari, ecco un pezzo delle Cento Sicilie di Gesualdo Bufalino, e ancora una volta è alla luce del sole che cade l’ombra, e con essa il mistero sbavato delle sue cronache di leggenda. 
Siamo in contrada Santa Rosalia, a metà strada fra Giarratana e Ibla, in un luogo impervio e assediato dalla ricca natura che lo avvolge, nelle quiete che irrompe magnifica per gli ozi della solitudine, in un maniero criptico e sibillino. 
È la Torre San Filippo, uno splendido edificio in pietra che ha uno stile insolito, e, per certi aspetti inspiegabile, di certo assai differente dalle residenze nobiliari dell’intorno: ha una pianta labirintica, una perimetrazione eccentrica, uno splendido portone gotico, e una leggenda che fa paura. 
Per l’eleganza del progetto e per l’apparato decorativo, questa residenza di campagna somiglia più a un castello – con una torre d'avvistamento e una chiesa privata al suo interno – che a un caseggiato rurale, pure se ben concepito. 
Al fascino del luogo, indiscusso, non da meno ha giovato una leggenda riportata – anche sulla stampa – dal professore Gaetano Giovanni Cosentini, che narra di una donna inseguita dai cani. 
 Sembra una novella di Giovanni Boccaccio, o, meglio, proprio l’ottava della quinta giornata del Decamerone, quella che ha per titolo Nastagio degli Onesti, dove si racconta di un giovane che, inoltratosi a passeggiare nella pineta di Classe, assiste a una scena orrenda: una giovane donna inseguita da due mastini e dal fantasma di un cavaliere armato di pugnale, che, raggiuntala, la uccide e ne dà da mangiare il cuore e le interiora ai cani. Boccaccio è solo una suggestione narrativa, un’intersezione fra i bagagli della memoria, e la Sicilia è terra di fantasie popolari imperscrutabili; e però, in questo caso, la leggenda – a quanto pare – ha trovato conferma nelle strane apparizioni segnalate dai contadini della zona. 
Per comprendere il confine fra la verità e l’invenzione, bisogna che si inizi dai tempi antichi in cui nella Torre di San Filippo viveva un ricco proprietario con l’unico figlio maschio, colui che avrebbe ereditato le immense ricchezze del feudo. Pare che il giovane si fosse invaghito di una bellissima ragazza dai lunghi capelli biondi, ricambiato nei suoi sentimenti al punto tale da sposarla e condurla con sé nello splendido maniero, viziati all’amore di un tempo felice. 
Ma giunto sul posto un affascinante guardiacaccia, la giovane sposa si prese d’inquietudine, e così la tentazione rese gli estranei complici, e i complici amanti. 
Approfittando delle assenze per lavoro del marito i due si consumarono nella passione, fino a che uno stalliere non denunciò quel che accadeva quasi sotto i propri occhi al marito ignaro, che, il sette di novembre, fingendo di allontanarsi per i campi, si nascose. 
Attese, con disumana pazienza, l’incontro degli amanti furtivi, e accecato dall’ira per l’orgoglio ferito uccise a morte con un pugnale il giovane guardiacaccia. 
Consumato il brutale assassinio, la donna fuggì via terrorizzata mentre il marito scioglieva la muta dei cani, lanciati a inseguirla come bestie cieche. 
Lei salì sulla Torre, faticando sui gradoni freddi come un’invasata, e raggiunta dai cani inferociti al limite delle pareti merlate, si gettò precipitando nel vuoto. 
Da allora, il sette di ogni mese, secondo quanto pare dicano i contadini della zona, appare l’immagine di una donna dai lunghi capelli biondi che si affretta inseguita da sette cani neri come la pece. Se ne distinguono le sagome, nel tumulto di una folle corsa, che ringhiano fameliche, sull’orlo della torre mentre la donna si butta giù e svanisce a mezz’aria come uno spirito. 
Poco dopo si smorzano i latrati e tutto torna al silenzio, che in certi luoghi è più spaventoso delle urla, perché è soltanto una pausa, un non-tempo che conta inesorabile i successivi trenta giorni affinché tutto riaccada. 
Gli improvvidi che si sono azzardati alla Torre, la cui scala d’accesso è in parte distrutta e a forte rischio di crolli, avranno goduto di un paesaggio strabiliante che domina tutta la vallata, talmente bello da far dimenticare il trepestio dei passi affannati della bella giovane, ridotti a una povera eco lontana, come in tutte le campagne di Sicilia in cui i cani abbaiano alla luna prima del sonno. Un'apparizione che torna il 7 di ogni mese: fa paura la leggenda della Torre negli Iblei

21 giugno 2020

Lavori di un tempo: il votapozzo



Il votapozzo era una figura il cui lavoro consisteva nel vuotare e pulire i pozzi, gli 
smaltitoi e le fogne. 
Quando nelle abitazioni non c’era ancora l’acqua corrente, infatti, chi poteva avere un pozzo in casa o nelle vicinanze, era fortunato. 
Nelle città e nei borghi medievali la cisterna era collocata al centro e garantiva l’unica riserva d’acqua che era disponibile a scopo alimentare ed igienico. 
In campagna i pozzi erano disseminati quà e là. 
Periodicamente bisognava provvedere alla loro pulizia per evitare malattie causate dall’assunzione di acqua sporca. 
E allora entravano in scena i “votapozzi”. Si trattava di un lavoro da fare in coppia. 
Uno di essi, dopo essersi passato intorno alla coscia l’anello di una robusta corda, che l’altro teneva all’estremità, saliva sull’orlo del pozzo, abbracciava la corda del pozzo con entrambe le mani e si lasciava andare giù. 
Nel frattempo il suo compagno lasciava scorrere la fune, facendo un po' di resistenza per sollevarne il corpo e potere impedire la caduta, nel caso la corda si fosse spezzata. 
Quando il ripulitore era disceso il più possibile vicino alla superficie dell’acqua del pozzo, il socio fissava l’estremità della fune a qualcosa di saldo. 
Il ripulitore, dal canto suo, conficcava tra le pietre 2 chiodi per ciascun lato del pozzo, servendosi di un grosso martello che aveva portato con sé. 
Quindi, con l’aiuto della corda risaliva quel tanto che bastava per appoggiare i piedi sui chiodi. Mantenendo questa posizione, procedeva alla pulitura del pozzo, servendosi di una cucchiaia di ferro traforata e dotata di un lungo e forte manico di legno, che il compagno gli aveva fatto arrivare attaccata ad uno spago. 
Affondando questo strumento nell’acqua, raschiava il fondo del pozzo per eliminare ogni tipo di immondizia che vi trovava e che riponeva nel secchio del pozzo, 
che il compagno provvedeva a tirare fuori. 
L’operazione si ripeteva tante volte quante fossero necessarie, e terminato il lavoro il votapozzo ritornava in superficie, servendosi dei supporti che aveva usato per la discesa. 
Oltre alla pulitura dei pozzi, era competenza dei votapozzi, svuotare le fogne. 
Questa esigenza era particolarmente sentita nelle grandi città, 
dove il rischio di epidemie era sempre presente. 
Procedevano dopo che la fogna era restata aperta per 24 ore e dopo che il mastro 
votapozzo l’aveva esaminata. 
Verso sera, un carro pieno di botti asciutte e dotate di un foro quadrato in uno dei fondi, 
giungeva nel luogo. 
Il lavoro si svolgeva durante la notte. Gli addetti si calavano dentro la fogna e muniti di gerle tiravano fuori la materia putrida che veniva versata nelle botti che erano state allineate nella strada e una volta piene venivano portate via e scaricate fuori dalle città.
Tali lavoratori dovevano svolgere queste operazioni più velocemente possibile, perché la prolungata esposizione alle esalazioni, secondo la medicina del tempo, a lungo andare provocava la cecità. 
Oggi, anche per via del cessato utilizzo dei pozzi, tale figura ovviamente non opera più.

20 giugno 2020

Lo “Scoglio degli eterni amanti”



La leggenda catanese dello “Scoglio degli eterni amanti” è un simbolo di amore e romanticismo,
che merita di essere ricordata.
Tra i simboli d’amore che fanno parte della storia leggendaria di Catania ne esiste uno alquanto insolito, che cela un aneddoto che in pochi conoscono.
Stiamo parlando del cosiddetto “Scoglio degli eterni amanti”.
“Lo Scoglio degli eterni amanti” è uno scoglio del lungomare catanese situato nei pressi di Piazza Nettuno, così chiamato perché con la sua morfologia richiama un bacio tra due innamorati.
Ma non parliamo di due amanti qualsiasi, perché la denominazione dello scoglio richiama ad una specifica leggenda popolare che narra l’affascinante storia dell’ amore tra due giovani catanesi.
 A raccontarci la leggenda nata attorno allo scoglio è Milena Palermo, studiosa e divulgatrice della storia e cultura catanese attraverso “Obiettivo Catania” la pagina Facebook da lei fondata.
Ci ha confessato di essere molto legata a questi caratteristici scogli di pietra lavica, di cui è venuta a conoscenza della leggenda nei primi anni 80, quando era molto giovane, passeggiando mano nella mano con il suo primo ragazzo.
“La leggenda, o meglio io la definirei una fiaba – esordisce Milena – gira attorno alla storia di due giovani amanti, vissuti secoli fa, e il cui amore venne ostacolato dal padre della fanciulla.
Lei era ricca e bellissima come una rosa, lui invece era povero.
” La ragione per cui l’amore dei due giovani era ostacolato dalla famiglia della fanciulla risiedeva proprio nelle modeste origini del ragazzo.
Infatti, come un tòpos ormai consolidato nelle fiabe e nelle favole di antica tradizione, il matrimonio di una nobile fanciulla innamorata di un giovane miserabile è sempre vietato ed impedito con tutti i mezzi dalla famiglia di lei.
Oltretutto, la giovane fanciulla in questione (alla quale alcuni attribuiscono il nome di Rosa) non poteva sposare il suo amante dalle origini modeste (a cui si attribuisce il nome di Tano) perché era promessa in sposa già a qualcun altro.
“Il padre – infatti spiega Milena – l’aveva promessa ad un ricco notabile catanese.
Tentò così in tutti i modi di impedire che i due innamorati si frequentassero, arrivando persino, vista l’insistenza e la caparbietà del giovane a non rinunciare alla fanciulla, di promettergli la mano della figlia se nell’arco di cinque anni sarebbe riuscito ad arricchirsi.
” Pertanto, il giovane amante non si diede per vinto e partì per cercare fortuna.
Allo scadere dei cinque anni concessi dal padre della fanciulla, il giovane tornò a Catania, arricchito e fiducioso di poter finalmente ottenere la mano della sua amata.
Un’amara realtà dovette però constatare una volta rientrato in città: la fanciulla nel frattempo si era sposata per volere del padre, che chiaramente aveva ingannato il giovane innamorato, non rispettando la promessa fatta cinque anni prima.
 “Allora – continua Milena – il giovane disperato si presentò al cospetto della sua amata, ricevendone udienza, le chiese un solo e ultimo bacio, ma lei sposa ormai fedele ed onesta, glielo negò.
Così il giovane morì di dolore.
” Potrebbe sembrare questo un triste epilogo della storia, ma un colpo di scena finale, rende la leggenda anche se drammatica, di un immenso romanticismo.
“Al funerale del giovane, il giorno dopo, in chiesa si presentò una donna vestita a lutto e con un velo nero che le copriva il viso.
La donna si avvicinò al giovane defunto nella bara, alzò il velo e lo bacio a lungo sulle labbra.
Poi spirò fra le sue braccia.
Qualche giorno dopo una colata lavica dell’Etna quasi per miracolo, scolpì tra gli scogli l’ultimo bacio dei due amanti a monito di eterno amore”, conclude Milena.
L’ultimo bacio dei due innamorati suggella la fine di una storia ancora una volta, quasi come Romeo e Giulietta, intrecciata tra amore e morte.
I due giovani, infatti, riescono a riunirsi e a stare insieme soltanto nel momento estremo della morte, alla quale, tuttavia, il loro giovane amore sarà destinato a resistere per sempre.

19 giugno 2020

I lavori di una volta: il lampionaio



Il lampionaio aveva il compito di accendere e spegnere, ad orari prestabiliti, i lampioni ad olio o a gas delle vie e delle pubbliche piazze. 
Fino alla fine del 1600 le città erano prive di illuminazione, quindi pericolose. 
Subito dopo il tramonto, al suono dell’Ave Maria, si chiudevano le porte delle mura cittadine e con l’oscurità iniziava il coprifuoco. 
La ronda notturna girava armata, illuminando con le fiaccole le strade principali, ma gran parte della città rimaneva al buio. 
Con l’arrivo della lampada ad olio, poi, l’illuminazione pubblica ebbe un notevole impulso e l’accensione, lo spegnimento e la manutenzione delle lampade erano affidati ai lampionai. 
Queste figure, appena calava il sole, scala in spalla o muniti di un’asta con del materiale infiammabile sulla punta, passavano ad accendere tutti i lampioni. 
All’alba rifacevano il giro per spegnerli con un’altra asta munita all’estremità di un oggetto di lamiera simile ad un imbuto rovesciato. 
La figura del lampionaio, con la graduale diffusione dell’energia elettrica, è andata progressivamente in declino e con la fine della II Guerra Mondiale è andata definitivamente in pensione.

18 giugno 2020

Villa Boccaccini



La casina rossa di Scicli


Se fosse un film dell’orrore, sarebbe
"La casa dalle finestre che ridono", il capolavoro di Pupi Avati del 1976. 
Lì era la Bassa Padana, un paesaggio di umori sonnolenti e di 
sottotesti inquietanti. 
Sarebbe la villa scelta per ambientare le sequenze più spaventose, un set che esiste davvero e si trova a Comacchio, in provincia di Ferrara, a richiamo di memoria per quella stagione libera e scorrettissima del cinema italiano degli anni ’70. 
Sarebbe Villa Boccaccini, abbandonata e distrutta, fagocitata dalla stessa natura che la protegge e insieme la isola. 
Sarebbe, ma non è. Perché qui siamo in Sicilia, nella zona del ragusano, una delle campagne più belle di tutta l’Isola. 
Chi lascia il mare, da quelle parti, si addentra a una terra fertile e scura, a tracciati sinuosi scortati a perdita d’occhio da lunghissimi muriccioli a secco, ad antiche residenze estive di grande pregio che declinano a
una morte lenta. 
Siamo tra Modica e Scicli, in una villa che non c’entra nulla con la piccola nobiltà di provincia, e non ha nemmeno un nome, quasi volesse rimanere indistinta in quel paesaggio di rara bellezza. La casina rossa, così gli abitanti del luogo chiamano questa strana villa abbandonata. 
Fabrizio Ruggieri, con il suo collettivo di esploratori, l’ha visitata, e, soprattutto, ne ha approfondite le vicende. 
È una storia che comincia come qualsiasi altra storia. 
Siamo alla miniera di pece di Castelluccio-Streppenosa, simbolo storico della Sicilia Orientale, in un’area mineraria sfruttata per secoli, in modo industriale, da numerose società straniere. 
Un luogo ammantato di strane leggende e di echi visionari, che ha finito per diventare lo scenario di una tragedia della storia, un paesaggio di tortura e di morte: un groviglio di barbarie inimmaginabile. La villa è stata costruita, a cavallo dei due secoli passati, dalla famiglia tedesca Kopp, concessionaria per l’utilizzo di questo bacino minerario cui facevano capo enormi interessi economici. 
Lo strano nome, involontariamente cinematografico, le proviene dal colore dei muri esterni e della facciata, oggi quasi non più visibile. Per l’epoca era una costruzione all’avanguardia, progettata a chiari fini industriali, con una teleferica che attraversava l’intera vallata accorciando i tempi di trasporto del bitume e massimizzando gli utili. 
 L’edificio d’intorno, nei bassi, ospitava gli operai, i cosiddetti picialori, comprimari di massa stremati da un lavoro avvilente e difficoltoso. 
È durante la prima guerra mondiale che il governo italiano trasferisce al demanio regionale la gestione dell’area, e, non più sfruttata la miniera, anche la casina rossa viene abbandonata restando chiusa
per lunghi anni. 
Sono i tedeschi a riappropriarsi della zona, alle soglie della seconda guerra mondiale, con l’elmetto nazista e la divisa delle SS. 
Militarizzano il sito e sfruttano nuovamente la miniera, con tecniche più intensive, e soprattutto aprono un piccolo campo di concentramento. 
 Una cosa mostruosa, lì, in quella zona, in quella campagna lussureggiante, in un angolo di Sicilia dove la storia precipita in tragedia. 
In realtà, da alcune indagini più approfondite presso gli enti pubblici di tutela del patrimonio storico e del paesaggio, pare sconosciuta la destinazione della casina rossa a campo di concentramento, quanto invece è certo che dal 1942 sino allo sbarco delle forze di liberazione la villa fu residenza del comando tedesco. 
 E però – secondo le ricerche condotte dagli esploratori – alcuni anziani dei comuni limitrofi raccontano un’altra storia, un dolore inciso a carne viva nella loro memoria. 
Dicono che la villa avesse una funzione strategica di controllo dell’intera vallata, e che presto assunse un aspetto macabro e inatteso nel momento in cui i tedeschi la riconvertirono a luogo di reclusione per dissidenti politici e partigiani. 
 Ma c’è di più, perché durante i rastrellamenti venivano fermati e tradotti nella casina rossa anche gli omosessuali della zona, in alcuni casi portati dagli stessi genitori per una conversione forzata alla virilità perduta. Dicono che i prigionieri venissero torturarti fino alla morte, evirati e resi eunuchi. 
La storia che diventa mito, e il mito che nasconde tracce di realtà occulta. 
Chiacchiere, leggende di paese, racconti proferiti a bassa voce, tenendosi lontani da quel luogo. 
 Pare che un’anziana abbia riferito che nella villa siano stati condotti ventitré omosessuali, tutti provenienti dal comune di Scicli, e che di loro nessuno abbia fatto ritorno. 
In segno di guarigione avrebbero dovuto intrattenere rapporti sessuali con donne in presenza dei loro carcerieri, in un film che adesso sembra "La caduta degli dei" di Luchino Visconti. 
 Come che sia, dopo la guerra la villa fu ancora una volta chiusa, e con essa gli orrori che si erano consumati al suo interno, e per uno strano segno del destino riconvertita a scuola, prima del suo definitivo abbandono. 
Avrebbe dovuto diventare sede del Museo della Pietra degli Iblei, ma al momento è un edificio desolato e impaurente, con il tetto pressoché crollato e un generale ammaloramento delle pareti. 
 È lì, la casina rossa, in mezzo a quella campagna, a due passi dalla miniera abbandonata, e con il tempo anche i suoi segreti, sussurrati e incerti, finiranno per morire con lei, rimanendo un giorno come un cumulo di conci di pietra al sole.


17 giugno 2020

Mestieri di una volta: la tessitrice





Fino agli anni ‘50 del ‘900 la tessitura a telaio della canapa era praticata in diverse famiglie.
E c’era anche chi lo faceva per lavoro.
La tessitrice era seduta dietro ad un telaio di legno, funzionante con l'uso dei piedi e delle mani e trasformava i fili di fibra in tessuto.
Nella parte bassa del telaio si trovano due lunghi pedali collegati da corde e da regoli mobili uniti a tanti fili provenienti da un asse.
Ogni pezzo di legno era collegato al resto dell'ingranaggio ed era indispensabile al buon funzionamento dell’insieme.
Nel telaio vi erano due rulli.
Uno collocato davanti, per avvolgere ciò che si tesseva e l’altro nella parte posteriore a reggere i fili dell'ordito da lavorare.
Il lavoro della tessitrice dava consistenza di tessuto alla canapa, con la quale veniva realizzata la maggior parte degli indumenti.
E si preparava il tessuto lungo vari metri e avvolto su se stesso, da cui venivano tagliati i pezzi del corredo della sposa, quindi lenzuola, tovaglie da tavola, strofinacci, asciugamani.
Un percorso, quello della tessitrice, che conduceva anche alla creazione di tappeti e arazzi di varia grandezza.
Oggi il mestiere è quasi scomparso, anche se ci sono delle realtà italiane che ancora vedono protagoniste donne che tessono al telaio

16 giugno 2020

Mestieri antichi…con risvolti nel presente: il pannazzaro




I pannazzari erano gli ambulanti che giravano i mercati, vendendo tessuti con cui si cucivano i vestiti.

Negli anni ’60 con tale nome si indicavano anche coloro che andavano in giro per le strade, portando con sé la merce (biancheria, lenzuola, coperte, asciugamani e stoffe più o meno pregiate).
La merce acquistata si poteva pagare subito oppure a rate (settimanali o mensili).
In tal modo si potevano spalmare nel tempo spese altrimenti non sostenibili, quali ad esempio quelle per il corredo nuziale delle ragazze.
Dagli anni ’80, poi, molti pannazzari hanno aperto dei negozi o ceduto il mestiere alle donne.
Le pannazzare, al riguardo, fino a pochi anni fa sono state parte integrante della vita familiare.
A differenza degli uomini, infatti, le donne potevano entrare nelle case (nonostante l’assenza dei maschi) e fermarsi a chiacchierare mentre si guardavano i capi del corredo.
Oggi sono diverse le opzioni per acquistare capi, panni e tessuti: negozi, mercati settimanali, web.
Il mestiere del pannazzaro è quasi del tutto scomparso, anche se c’è ancora chi - in particolare stranieri - presentano la propria merce a domicilio, girando casa per casa

Biagia - Silvana ❤ La Storia di Pozzallo_3 Silvana La Pira_3

                         - Silvana La Pira -

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