03 novembre 2020

M/n " TITO CAMPANELLA "



Sono trascorsi 35 anni dal tragico affondamento della "Tito Campanella"
Un mistero sul quale non si è ancora fatta luce. 
Fra le 24 vittime del naufragio del 14 gennaio 1984 anche un biscegliese, Gennaro Simone. 
Oggi, nella memoria storica della comunità, restano pochissimi e sbiaditi ricordi di quell'avvenimento. 
Il tempo, i troppi silenzi e le imperdonabili omissioni sulla vicenda hanno cancellato l'accaduto dalla mente dei biscegliesi.
La "Tito Campanella", appartenente alla compagnia armatrice savonese Alfamar, salpò il 7 gennaio del 1984 dal porto svedese di Oxolesund con destinazione Eleusi, in Grecia. 
L'approdo sulle sponde dello Ionio, nel porto dell'Attica a pochi chilometri da Atene, previsto fra il 23 e il 24 gennaio, non avvenne mai. 
La nave, carica di 20 mila tonnellate di laminati, fece una sosta per il rifornimento nei Paesi Bassi, a Flushing, per ripartire il 12 gennaio. 
Il cargo trasmise le ultime comunicazioni radio il 14 gennaio: «Navigazione regolare nel golfo di Biscaglia. 100 miglia da Capo Villano (estremità della penisola iberica)». 
Tutto avrebbe lasciato presagire un imminente passaggio dall'Atlantico al Mediterraneo. 
Secondo quanto ricostruito dall'inchiesta parlamentare condotta negli anni successivi, le condizioni avverse del mare (forza 8 con onde alte dieci metri per i bollettini dell'epoca) avrebbero provocato uno spostamento delle pesanti lamiere trasportate dalla nave con conseguente sfondamento di alcune paratie dello scafo nella stiva numero 5. 
La falla aperta avrebbe imbarcato tonnellate d'acqua in pochissimi minuti, ragione per cui l'equipaggio non sarebbe stato in grado di attivare le procedure di soccorso. 
Dei 24 occupanti, dal Comandante Luigi Specchi, di La Spezia 36 anni al primo ufficiale Alga Soligo (sua moglie nonché unica donna a bordo), di Viareggio, 33 anni fino al biscegliese Gennaro Simone, di 33 anni residente in vico Anchella come riportato da "L'Unità" il 23 gennaio 1984, più nessuna notizia. 
2° Ufficiale Marco Certone, 
di Genova, 40 anni 
Ufficiale radiotelegrafista Giovanni Dorati 
di Albissola, 50 anni 
Direttore di macchina Carlo Volpe, 
43 anni 
1° Macchinista Antonio Gaggero 
di Siracusa, 60 anni 
2° Macchinista Giovanni Azzarelli 
di Pozzallo, 28 anni 
Nostromo Onofrio De Candia
di Molfetta, 50 anni 
Franco Pasci Siliqua               
di Cagliari, 30 anni
Vincenzo Vallone                      
di Tropea 27 anni 
Giuseppe Cappiello  
di Meta di Sorrento, 20 anni 
Domenico Daniele           
di Mola di Bari, 25 anni 
Nicola Fiordalisio            
di Mola di Bari, 36 anni 
Salvatore Castorelli  
di Scoglitti Ragusa 23 anni
Carmelo Bagnato                 
di Nicotera, 24 anni 
Pietro Lacchini 
di Porto Santo Stefano, 44 anni 
Gianni Cerrutti      
di Marina di Carrara, 48 anni 
Raffaele Petruzzelli            
di Monopoli, 27 anni 
Gennaro Simone                 
di Bisceglie, 33 anni 
Marco Incorvaia                    
di Savona, 23 anni 
Silvano Alicante                
di La Spezia, 54 anni 
Michele Paciullo                   
di Brindisi, 25 anni 
Francesco Fusato    
di Genova, 35 anni Tecnico
Tomislav Baus, 
cittadino jugoslavo residente a Genova. 
La Commissione d'indagine amministrativa nominata dal ministro della marina mercantile concluse i suoi lavori nel 1986: 
«La "Tito Campanella" è colata a picco a causa dello spostamento del carico». 
Costruita nei cantieri Ansaldo di Livorno e varata il 25 giugno del 1961, la nave (con le 24 persone a bordo) è stata inghiottita dal mare e soprattutto dall'indifferenza. 
Nonostante i 175 metri di lunghezza, i 21 di larghezza e le 13342 tonnellate di stazza lorda. 
Cosa possa essere accaduto davvero sarà sempre più complicato accertare. 
Tutte le richieste di individuazione e recupero del relitto sono state disattese, fosse anche per stabilire il punto esatto in cui la nave è affondata (forse verso il Marocco, 
davanti a Capo Finisterre). 
E i familiari dei 24 membri dell'equipaggio si chiedono ancora il perché di tutto ciò. 
Le illazioni, in quegli anni ancora segnati da forti conflitti ideologici, si sono sprecate. 
Un ex motorista (il fiorentino Fabio Bruni), dichiarò nel 1988 al quotidiano La Repubblica che la "Tito Campanella" avrebbe trasportato, in passato, mitragliatrici di fabbricazione sovietica, gas nervino e materiale radioattivo, che fu contattato anche per quel viaggio ma decise di tornare a terra. 
Circostanze mai verificate perché l'uomo non rilasciò alcuna testimonianza nel corso del processo che si chiuse con l'assoluzione in appello degli imputati. 
Un'unità argentina ritenne di aver ricevuto un messaggio dalla nave italiana: 
«Abbiamo superato lo stretto di Gibilterra».
È quasi sicuro che il cargo non abbia mai segnalato avarie né lanciato Sos. 
I dubbi sull'affidabilità e l'efficienza del mezzo hanno caratterizzato fin dal primo momento tutte le inchieste e i reportages giornalistici, in cui furono presi in considerazioni gli esiti di una perizia svedese del dicembre 1983. 
Resta un fitto mistero, che presta ancora il fianco, a distanza di 35 anni, a qualsiasi ipotesi di intrigo internazionale riguardo l'affondamento della "Tito Campanella". 
Fra le poche e amare certezze, purtroppo, il sacrificio di 24 vite umane, fra cui un biscegliese dimenticato: Gennaro Simone. 
Questa città dovrebbe recuperare la memoria per omaggiare un suo caduto sul lavoro in uno degli episodi più oscuri della storia della marina mercantile italiana.

18 ottobre 2020

" Visita " del vescovo G.B. Alagona "


Cronaca " Visita " del vescovo G.B. Alagona " al piccolo castello" di Pozzallo nel 1775. 
Al calar della sera , il 29 agosto del 1775 , il Presule sulla sua mula coi suoi ministri a cavallo pervenne nella stazione e rocca di Alpuzallo sotto il dominio del conte di Modica e del duca d'Alba. 
Fu ospitato nella rocca e fu salutato da alcuni nobili modicani che colà villeggiavano. 
La mattina del 31 agosto 1775 si diresse alla chiesa parrocchiale sotto il titolo di Madonna di Portosalvo. 
Quando si giunse alla porta della chiesa , il Presule baciò la croce e si sedette. 
Ritornato sul suo seggio ricevette il bacio della mano dai sacerdoti che, in ginocchio e col capo inclinato gli prestarono l'obbedienza dovuta. 
Ritornò alla sua dimora mentre esplodevano con gran rumore le batterie della Torre , come era avvenuto al suo ingresso in chiesa e avvenne alla sua partenza.  
Salito sulla sua bianca mula ritornò al castello di Ispica. 
Tale cronaca restituisce destinazione d'accoglienza e d'ospitalità cui erano adibiti alcuni ambienti interni della Torre, ancora armata, e nello stesso tempo qualifica il ruolo fondante della chiesa " nel nascente paese " dove si contavano " 246 anime " , che nel successivo decennio sarebbero diventate 700/800 circa.

Tratto da " La voce orante del castello di Pozzallo " di Grazia Dormiente.

17 ottobre 2020

IL cassiere e il bambino

 


Camminavo dentro un centro commerciale, quando ho visto un cassiere che parlava con un bambino, avrà avuto 5 o 6 anni... 
Il cassiere disse: "Mi dispiace, ma non hai abbastanza soldi per comprare questa bambola. 
Poi il bambino si rivolse al cassiere e chiese: sei sicuro che non ho abbastanza soldi? " - Il cassiere contò ancora una volta il suo denaro e rispose: "Lo sai che non hai abbastanza soldi per comprare la bambola" 
Il bambino aveva ancora in mano la bambola. 
Alla fine, mi incamminai verso di lui e gli chiesi a chi voleva dare questa bambola. 
"È la bambola che mia sorella amava di più e voleva tanto. 
Volevo regalarla per il suo compleanno. 
Devo dare la bambola alla mia mamma in modo che possa darla a mia sorella quando andrà là. 
I suoi occhi erano così tristi mentre diceva questo. 
"Mia sorella è andata a stare con Dio .. Papà dice che anche la mamma vedrà Dio molto presto, così ho pensato che potesse portare con sé la bambola per darla a mia sorella ..." Il mio cuore si è quasi fermato. 
Il ragazzino mi guardò e disse: "Ho detto a papà di dire alla mamma di non andare ancora. 
Ho bisogno che lei aspetti finché non torno dal centro commerciale.
 " Poi mi ha mostrato una foto molto bella di lui dove stava ridendo. 
Poi mi ha detto "Voglio che la mamma gli porti la mia foto così mia sorella non mi dimenticherà".
 'Amo la mia mamma e vorrei che non dovesse lasciarmi, ma papà dice che deve andare a stare con la mia sorellina.' 
Poi guardò di nuovo la bambola con gli occhi tristi, molto tranquillamente... 
Ho rapidamente raggiunto il mio portafoglio e ho detto al bambino. "Supponiamo che controlliamo di nuovo, nel caso avessi abbastanza soldi per la bambola?" "OK", disse, "spero di averne abbastanza". 
Ho aggiunto alcuni dei miei soldi a lui senza che lui lo vedesse e abbiamo iniziato a contarli. 
C'era abbastanza per la bambola e anche qualche soldo in più. 
Il bambino disse: "Grazie a Dio per avermi dato abbastanza soldi!" 
Poi mi guardò e aggiunse: "Ho chiesto la scorsa notte prima di andare a dormire a Dio per assicurarmi di avere abbastanza soldi per comprare questa bambola, così che la mamma potesse darla a mia sorella. 
Mi ha sentito! “Volevo anche avere abbastanza soldi per comprare una rosa bianca per la mia mamma, ma non osavo chiedere troppo a Dio. 
Ma mi ha dato abbastanza per comprare la bambola e una rosa bianca. 
La mia mamma ama le rose bianche”. 
Poi sono uscito dal centro commerciale ma non riuscivo a togliermi dalla testa il bambino. 
Poi, due giorni fa, mi sono ricordato di un articolo di un giornale locale che parlava di un ubriaco in un camion, che ha investito un'auto occupata da una giovane donna e una bambina. 
La bambina morì subito e la madre fu lasciata in uno stato critico. 
La famiglia dovette decidere se staccare la spina dalla macchina che sosteneva la vita, perché la giovane donna non sarebbe stata in grado di riprendersi dal coma. 
Era questa la famiglia del bambino? 
Due giorni dopo questo incontro con il bambino, ho letto sul giornale che la giovane donna era morta. 
Non riuscivo a fermarmi, quindi comprai un mazzo di rose bianche e andai alle pompe funebri dove il corpo della giovane donna è stata esposta perché le persone potessero vedere e fare le ultime preghiere prima della sua sepoltura. 
Era lì, nella sua bara, con in mano una bella rosa bianca con la foto del bambino e la bambola appoggiata sul suo petto. 
Con le lacrime agli occhi, ho sentito che la mia vita era cambiata per sempre...

15 ottobre 2020

„La leggenda della Fata Morgana“

 

             La leggenda della Fata Morgana nello Stretto di Messina

 Tra le leggende che riguardano la Sicilia c'è anche quella della 'Fata Morgana'. Si narra che dopo aver condotto suo fratello Artù fino ai piedi dell'Etna (dove voleva fissare la spada Exalibur) decise di non andare più via dalla Sicilia e di costruire la sua casa (palazzo di cristallo) tra l'Etna e lo stretto di Messina. 
Nessun marinaio poteva avvicinarsi a causa delle forti tempeste che si scatenavano nei pressi della casa. In generale ogni volta che qualcuno cercava di raggiungere la Sicilia dal polo opposto (ossia la Calabria) Morgana gli faceva credere che le due sponde fossero vicine: tra gli sfortunati anche il Re normanno Ruggero, che si gettò in acqua convinto di poter raggiungere presto l'altra sponda ma annegò dopo poco. Tutt'oggi si ritiene che ogni tanto Morgana faccia capolino uscendo dall'acqua trainata da sette cavalli e con un vascello d'argento. 
Al momento della sua uscita dall'acqua getta tre sassi e fa dei segni nel cielo; il mare si gonfia e diventa come un cristallo sul quale compaiono immagini di uomini e di città.
Un religioso, Padre Ignazio Angelucci, nel 1643 affermava di aver visto i prodigi della Fata: il mare gonfiarsi dalla sua finestra, poi diventare come un cristallo e vedere su questo cristallo città stupende, pilastri, arcate e castelli. La leggenda della Fata Morgana che esce dal mare trae spunto da un fenomeno che ogni tanto si verifica nello stretto di Messina quando ci sono particolari condizioni atmosferiche (si tratta di una reazione atmosferica causata da una variazione della temperatura che altera la densità e la rifrazione della luce). 
Se la temperatura dell'aria vicina al suolo è minore di quella sovrastante, la luce giunge da una posizione diversa rispetto al normale ed altera la visione degli oggetti. 
E' per questo motivo che si vede l'immagine sospesa in cielo come se fosse capovolta. 
Proprio in questo modo Morgana inganna lo spettatore, facendogli pensare che Calabria e Sicilia si tocchino.

12 ottobre 2020

La leggenda del Re Miramolino


La leggenda del Re Miramolino e degli “scecchi” 
Oggi vogliamo raccontarvi una vicenda abbastanza particolare che, tra l’altro, ci spiega anche perché, per chiamare gli asini, si usa il termine “scecchi“, che vuol dire “stupidi”. 
La leggenda di Re Miramolino ha per protagonisti un sovrano e sua figlia. Quando gli arabi conquistarono la Sicilia, non ci fu subito una reciproca tolleranza. Il re, allora, pensò di dover trovare una soluzione. 
La principessa Nevara, sempre prodiga di consigli per il padre, gli suggerì di non usare la forza perché – si sa – si prendono più mosche con lo zucchero che con l’aceto. 
In realtà, Nevara anche un ottimo motivo per evitare lo scontro: si era innamorata di un nobile siciliano, quindi voleva che i due popoli si avvicinassero e convivessero pacificamente. 
Miramolino, dunque, permise ai siciliani di continuare a lavorare la terra e di commerciare per mare e per terra. 
Per sottolineare il suo potere, però, ordinò che i siciliani non portassero armi, non montassero cavalli e non suonassero le campane delle chiese.Non fu difficile fare sparire le armi ma, per quanto riguarda i cavalli, i siciliani pensarono: “Né noi, né loro”. 
Avvelenarono tutti gli abbeveratoi e, in breve, morirono tutti i cavalli dell’isola. Gli arabi, però, allestirono delle navi per fare arrivare cavalli dal Nordafrica. 
Il destino, a questo punto, ci mise lo zampino: fece affondare tutte le navi, tranne una. 
A bordo di quella nave c’erano solo asini. 
Gli arabi iniziarono a cavalcare gli asini e la situazione appariva talmente ridicola, che i siciliani, vedendo gli sceicchi cavalcare asini, iniziarono a chiamarli scecchi. 
Re Miramolino, allora, pensò di fare una nuova legge, per imporre a tutti di inchinarsi al passaggio degli asini, sia che fossero cavalcati, sia che non lo fossero. 
Nevara gli fece notare che il provvedimento avrebbe inasprito troppo i rapporti, oltre a farlo apparire ridicolo. 
Seguendo il consiglio, il sovrano non soltanto non fece la legge, ma annullò anche quelle precedenti. 
Così i siciliani tornarono a montare cavalli, portare armi e suonare le campane. La nuova convivenza aumentò il rispetto reciproco e la convivenza pacifica. 
Adesso, grazie alla leggenda del Re Miramolino, sappiamo perché gli asini si chiamano scecchi.

03 ottobre 2020

La mostata siciliana

 

La mostata siciliana è un dolce a base d'uva che dà il benvenuto all'autunno. Alcuni la chiamano mostarda, soprattutto gli anziani, abituati a parlare in lingua siciliana. 
IL termine corretto pero' e' mostata. 
La sostanza non cambia, si tratta di un dolce siciliano meraviglioso, capace di scaldare il cuore di ricordi, e profumare la casa per giorni. 
Una volta era sana abitudine in quasi tutte le famiglie preparare la mostarda siciliana in tempo di vendemmia.
Era sempre una festa: le vigne tinte di verde, l'uva matura con i suoi tanti caratteristici colori (viola,bianca,nera) e il suo buon profumo
La famiglia riunita per raccogliere delicatamente i grappoli, i bambini ansiosi di aiutare a pestarla con i piedi, rigorosamente scalzi, per ricavarne il succo. Oggi non è più esattamente così, l'uso delle macchine risparmia un po' di fatica alle persone e fa perdere purtroppo anche l'aspetto più coinvolgente della vendemmia. 
Tuttavia molti,per amore della tradizione, tra settembre e ottobre procurano un po' di uva o comprano direttamente il mosto per avere il piacere di preparare una buona mostata di uva siciliana in casa. 
Anch'io sono legata a questo piatto che a casa ha sempre segnato la fine dell'estate e l'inizio di nuovi sapori da gustare. 
Da piccola quardavo incantata mia madre seguendo scrupolosamente ogni passaggio e aspettavo con ansia di mangiare la mostata ancora calda e fumante. 
Questa ricetta e' proprio il frutto dei consigli e degli insegnamenti di mamma e prevede due fasi, la prima per la preparazione del mosto e la seconda per la cottura e l'impiattamento della mostata vera e propria.

 Ingredienti:
 1 lt di mosto di uva (bianca o nera) 
 1 cucchiaio di cenere ben pulita 
 100 gr di farina bianca buccia di mandarino noci, nocciole o mandorle a piacere cannella in polvere 

Preparazione: 
Iniziate dal mosto che deve essere cotto subito dopo la spremitura dell'uva, prima che inizi la fermentazione. 
Se avete uva del vostro giardino (o potete comprearla) vi basta quindi lavarla e ricavarne il succo.
In alternativa potete acquistare direttamente il mosto. 
Misurate il mosto per poter stabilire le dosi degli altri ingredienti. 
Per ogni litro di succo occorre un cucchiaio colmo di cenere pulita e setacciata (potete voi stessi bruciare un po'di legna, preferibilmente di vite,per ottenerla);questa serve per eliminare l'acidita' e rendere il mosto dolce,e' dunque fondamentale. 
Cuocete in una pentola capiente succo e cenere portando ad ebollizione e lasciando continuare a fuoco lento per circa un'ora (sara' normale la formazione di un po' di schiuma). 
Dopo di che il mosto ha bisogno di riposare fino al giorno successivo. Trascorse le ore di riposo, prima di utilizzare il mosto dovrete filtrarlo aiutandovi con un telo o un colino a maglia stretta,anche più di una volta se necessario,per eliminare ogni residuo di cenere.
Potete conservarlo, se non vi serve tutto subito,travasandolo in una bottiglia, facendo bollire per completare la sterilizzazione, e congelandolo per usarlo nei mesi successivi. 
Oppure procedere con la preparazione della mostata. 
Passiamo alla seconda fase: pesate nuovamente il mosto gia' filtrato e per ogni litro aggiungete 100 gr di farina.
La farina andra' setacciata in una pentola dove verserete il mosto a poco a poco mescolando bene per evitare la formazione di grumi. 
Per dare profumo grattuggiate la buccia di uno o due mandarini e per una nota croccante e un gusto più particolare aggiungete noci sgusciate, secche (meglio se dell'anno precedente) o tostate in forno e sminuzzate grossolanamente. 
E' il momento di mettere sul fuoco. 
Per eliminare eventuali tracce di grumi potete inizialmente mescolare con la mano, non appena la temperatura del liquido sale proseguite con un mestolo lungo in legno e girate continuamente per portare ad ebollizione e cuocere almeno mezz'ora. 
Spegnete quando il liquido avra' raggiunto la densita' che preferite, cremosa e simile ad un budino. 
Versate in piatti, formine o ciotole precedentemente bagnate, come preferite. 
L'ultimo tocco profumato lo regala una spolverata di cannella. 
Se non mettete le noci all'interno potete decorare con frutta secca a piacere, noccioline o mandorle tostate, ad esempio.


 Gustate la mostata siciliana calda , o fredda. 
Si puo' conservare per 2 o 3 giorni in frigorifero. Addirittura, dove il clima aiuta ed e' caldo e secco, potete capovolgere le formine e mettere la mostarda al sole per diversi giorni in modo da essiccarla e consumarla, come vuole la tradizione siciliana, nel periodo natalizio.
Per essiccarla nel modo giusto abbiate cura di esporla al sole di giorno e di coprirla e portarla dentro durante la notte in modo che non ammuffisca, quando e' ormai secca pulitela infine con uno straccio umido e conservate in dei sacchetti.
(Il famoso Panicuttì)

29 settembre 2020

"Clara Crispo "




’a Assenza, ’a riṭṛattista
 Sfax (Tunisia), 21
 novembre 1924 Pescate (Lecco), 11 maggio 1995

 Clara Grispo Giovane, bella, distinta, appartenente ad una famiglia italiana emigrata in Tunisia a fine Ottocento, Clara Grispo arrivò da noi dopo la Seconda Guerra Mondiale quando, nel 1945, i nostri connazionali ivi residenti furono rimpatriati secondo precisi accordi internazionali. Giunti in Italia via mare, furono avviati verso i centri di accoglienza allestiti in Toscana, dove sarebbero rimasti il tempo necessario per operare la scelta di una residenza stabile: i Grispo preferirono Pozzallo, località marittima che rispondeva meglio alle loro esigenze. 
 Vi giunsero alcuni mesi dopo, trovando immediata sistemazione nei locali della Colonia Marina, dove rimasero fin quando tutti ebbero la possibilità di stabilirsi in abitazioni più consone alle loro aspettative.
 L’incontro di Clara con Meno Assenza fu il classico colpo di fulmine che avvicinò due giovani fatti l’uno per l’altra: le nozze furono celebrate il 1º luglio 1950, per procura, dato che la sposa e famiglia erano state nel frattempo richiamate in Tunisia per dirimere alcuni importanti problemi riguardanti le loro proprietà. 


 Poco tempo dopo Clara rientrò comunque a Pozzallo, cominciando la sua nuova vita di sposa che l’avrebbe peraltro impegnata presto come mamma: di lì a poco nacque infatti Ninì, seguito nel 1953 da Massimo, il secondogenito. 
 Come moglie, cominciò ad interessarsi subito del lavoro del marito, stimolandolo fra l’altro nel suo desiderio di partecipare ed affrontare le lotte civili e politiche. 
 Desiderio che era tuttavia condiviso da entrambi: cosicché, famiglia, educazione dei figli, lavoro e politica furono il fulcro attorno al quale era imperniata un’esistenza che diventava ancora più ricca di valori. 
 Clara gli fu sempre al fianco, in perfetta comunione d’intenti che non lasciavano comunque prevedere o intuire i giorni tristi che di lì a poco avrebbero trasformato la loro vita: l’improvvisa malattia del marito ed il suo immediato ricovero all’Ospedale "Umberto I" di Roma nel tentativo di salvargli la vita, lo portarono purtroppo alla morte il 28 maggio 1959 mentre lei era in attesa della terzogenita, Minù, nata tre mesi dopo il luttuoso evento. 
 Furono quelli momenti di grande dolore, di angosciosi stati d’animo, di sofferenze e di incertezze, lontani un abisso dai sogni dorati della sposa felice qual era stata: a volte la disperazione aiuta però a reagire con forza, per dare valore alla vita e, soprattutto, per trasmettere il vigore e gli stimoli miranti al futuro dei figli.
 Ad un certo momento, la luce ha illuminato il suo cammino, le ha fatto trovare la forza di superare lo scoramento, dimostrando prima a se stessa e poi agli altri, grinta e determinazione nel suo impegno di madre coraggiosa. 
 Ed il suocero, pur nel costante e struggente dolore di padre, le fu straordinariamente vicino, guidandola - ahimè per poco - nell’attività del marito, riuscendo a trasfondere in lei i segreti del mestiere e, nello stesso tempo, sicurezza ed autonomia: don Ninì morì infatti il 13 dicembre 1960, lasciandole in retaggio l’amore per la professione ed il compito di andare avanti, guardando al futuro con speranza. La gente capì il dramma di questa donna, nel contempo fragile e forte, apprezzandone la forza d’animo, la volontà di affrontare la stessa attività del marito, del quale avvertiva costantemente la presenza: un lavoro di famiglia duro ma appagante, diventato per Pozzallo quasi un’istituzione, da trasmettere quindi ai figli, superando angosce e difficoltà non indifferenti. 
Ed i figli, che le furono molto vicini, s’immedesimarono nelle sue preoccupazioni materne, seguendola nella sua professione, entrando alfine anche loro in attività, a cominciare da Ninì nel 1968, seguito nel 1971 da Massimo: e fu per loro un impegno pieno, fotografando personalità, manifestazioni varie, cerimonie pubbliche e private, ecc. Purtroppo, gravi motivi di salute arrestarono bruscamente le sue giornate, sempre così piene di movimento: colpita infatti da leucemia, dopo due anni di sofferenze che la portarono più volte in ospedale, 
Clara si spense a Pescate, in provincia di Lecco, a casa di sua figlia, l’11 maggio 1995, presenti i tre figli e i familiari. 
 Aveva 71 anni. Donna intelligente ed intraprendente, aveva sempre dato l’impressione della donna battagliera, che aveva saputo farsi apprezzare per capacità, affabilità e naturalezza, con le quali si era inserita in mezzo alla nostra gente: tanta era ormai in lei la "pozzallesità" che appartiene ad ognuno di noi.
 Aveva soprattutto saputo tener alto il prestigio della professione di famiglia, affidata oggi ai figli che ne sono i continuatori diretti. E sarà probabilmente così anche per loro: in un cambio generazionale al passo coi tempi.
 
 Luigi Rogasi Pozzallesi del xx secolo

Biagia - Silvana ❤ La Storia di Pozzallo_3 Silvana La Pira_3

                         - Silvana La Pira -

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