13 giugno 2021

 

Sant'Antòniu miraculùsu, 
un mi lassàri sulu e cunfùsu. 
Riccìllu tu a la Matri di Diu, di stàrimi vicìnu, sant'Antòniu miu. 
Sant'Antonìu fammi la ràzia, teni luntàna ogni disgràzia. 
Tu chi strìnci 'ncòddu lu fìgghiu di Diu, abbràzzami forti, sant'Antòniu miu. 
Sant'Antonìu purìssimu gìghhiu pìgghiami pì manu, rùnami cunsìgghiu. 
Lu piccatùri razi a tia si pintìu, rammi curàggiu, sant'Antòniu miu. 
Sant'Antòniu rùnami salùti, fammi sùsiri 
'nta li carùti. 
Cù li tò prièri lu mortu alliviscìu, fammi tràsiri 'mParaddìsu, sant'Antòniu miu.

12 giugno 2021

È nella pace di una grotta di Milazzo: il Santuario di Sant’Antonio da Padova detto "Antonino"

 

Siamo a Capo Milazzo, che con la sua conformazione era un approdo naturale in caso 
di naufragio, un luogo, dove trovare riparo e salvezza, e dove forse curare le tempeste 
interiori


Il Santuario di Sant'Antonio da Padova a Capo Milazzo

Un panorama mozzafiato, la rupe s'immerge in un mare dai colori cangianti ricco di Poseidonia e Gorgoni rosse, una volta c'erano anche i cavallucci marini. Tra gli anfratti nidificano le rondini stanziali, che non abbandonano mai questo posto.

È un'area marina protetta dove solo i pescatori di Milazzo possono andare e dove le imbarcazioni non possono avvicinarsi, per non turbare questo delicato ecosistema marino. Un paesaggio unico dove la roccia calcarea (coralli sedimentati) cresce di un millimetro l'anno. 
Siamo a Capo Milazzo, dove all'interno di una delle grotte si trova il 
Santuario Rupestre di Sant'Antonio da Padova. 
È in questo posto, bellissimo da visitare, che si lega la storia di Fernando Martins de Bulhões, noto in Portogallo come Antonio da Lisbona, e qui da noi come Antonio da Padova.

Sant'Antonio nacque a Lisbona nell'agosto del 1195 da una famiglia benestante. Istruito alla scuola Vescovile della Curia, a 15 anni entrò in un convento Agostiniano. Desideroso di un dialogo interiore con Dio, scelse il silenzio e la mortificazione della carne. I confratelli si accorsero di quanto speciale fosse questo ragazzo, e si dispiacquero quando scelse di entrare nell'Ordine Francescano. Fernando sentiva che doveva fare di più, aveva saputo della sorte di cinque frati decapitati dai Mussulmani, durante una missione evangelica. Questa terribile storia lo convinse a entrare nel Convento dei Frati Minori per condividere la scelta eroica del martirio.

A questo mutamento di vita religiosa, fece accompagnare anche il cambio del nome: 
da Fernando ad Antonio, un monaco orientale ricordato nel Convento di Coimbra. 
Entrato nell'ordine, ottenne il permesso di imbarcarsi per il Marocco, nel 1220, in compagnia di un confratello, Filippo di Castiglia. 
Appena giunto in Africa, però, fu colpito da una malattia tropicale, che lo mise a letto per mesi. 
Con il perdurare del morbo, i due frati non poterono che rimbarcarsi per far ritorno a casa in Portogallo.

Ma durante il tragitto, s'imbatterono in una tempesta, scaraventati con il relitto tra i flutti, spiaggiarono su delle coste, che con loro grande sorpresa, erano quelle della Sicilia. Il loro approdo, si dice, fu tra Tusa e Caronia, raccolti e rifocillati dai pescatori, proseguirono il loro cammino fino a Capo Milazzo. Qui scelsero come dimora una delle grotte naturali, quella che poi diventerà il Santuario Rupestre. Le grotte erano i magazzini e luoghi di riposo dei tonnaroti che lavoravano in una tonnara sottostante. Antonino, come fu chiamato perché piccolo d'altezza, si fermò per qualche tempo, guarito dalla malattia, aiutò i pescatori nelle faccende giornaliere, cucinando per i Capiciani, “gente forte e fiera”, e dicendo messa per loro nella grotta.

Da Capo Milazzo poi proseguì il cammino verso un Convento Francescano vicino a Messina, qui verrà a conoscenza del grande Capitolo che si sarebbe tenuto ad Assisi alla presenza di San Francesco. Probabilmente ripensò a tutte quelle scelte non andate a buon fine, pensò che questa riunione fosse un segno di Dio, un'indicazione su cosa fare, chiese quindi di entrare nella delegazione del Convento, e insieme con loro risalì la penisola a piedi fino alla cittadina umbra. Si dice che qui nella moltitudine di frati, più di 3000, non ebbe modo di parlare con il Santo. La sua strada era ancora un'altra, vicino a Padova, dove andrà e morirà il 13 giugno del 1231 a 36 anni.

Il Santuario di Capo Milazzo deve la sua costruzione, nel 1500, a una facoltosa famiglia di Messina, che edificò nella roccia una Chiesa barocca. Ma questo luogo ha una storia antica, sono state recuperate testimonianze di epoche precedenti, ceramiche raffinate che fanno pensare a un luogo sacro e votivo. Inoltre la scelta di Antonio non fu probabilmente casuale, si racconta di comunità ascetiche che abitarono quelle grotte naturali a picco sul mare dove passava la rotta per le isole Eolie. Con la sua conformazione Capo Milazzo era un approdo naturale in caso di naufragio, un luogo, dove trovare riparo e salvezza, e dove forse curare le tempeste interiori.

Il 27 marzo di quest'anno, una reliquia tratta dal corpo del Santo nel 1891, è arrivata a Capo Milazzo, è stata fatta "naufragare" e spiaggiare, come 800 anni prima. La scelta del giorno è per ricordare la solitaria preghiera del Papa del 2020 in una San Pietro deserta e spettrale, e per pregare per tutte le vittime della Pandemia e del Mediterraneo. Il 13 giugno (giorno della morte) la Chiesa celebra il Santo Portoghese. Capo Milazzo lo ricorderà, compatibilmente con le limitazioni previste, con l'ascesa a piedi al Santuario, dove sarà ricordato 
il "naufrago Santo".

A Messina (città dove Antonio si fermerà e da cui ripartirà per Assisi) anche quest'anno non potrà svolgersi la grandiosa festa per il Santo. Non ci sarà la Processione, con il magnifico carro alto sette metri con il Santo in cima, poggiato su un globo e rivestito di preziosi ex voto. 
Non si vedrà il tributo di 
grandi masse di devoti e pellegrini, alcuni dei quali vestiti del saio francescano a testimonianza della grazia ricevuta. Bisognerà ancora attendere per ricevere i “pani benedetti” e per vedere i bambini, di cui il Santo è protettore, vestiti da fraticelli. Ma qualcosa sarà fatto, le reliquie del Santo questa volta prenderanno il volo, un aereo sorvolerà lo stretto per offrire la benedizione alle città di Messina e Reggio.

La Sicilia è una terra di approdo, di destino e di passaggio, spesso le tempeste hanno portato personaggi che hanno lasciato un contributo profondo nella storia. 
L'Isola accogliendo tutti, ne ha plasmato e indirizzato le loro vite.

11 giugno 2021

Il mese del patrono di Pozzallo "San Giovanni Battista



di
Antonio Carmelo Monaca


Giugno, il mese del Patrono di Pozzallo. Qualcuno si sarà chiesto quale è il nome di quella nave visibile sull'immaginetta classica di 
San Giovanni Battista. Quella nave è la più bella nave da crociera. Era l'Andrea Doria. 
Ma perché proprio l'Andrea Doria? 
Era passato appena un mese dalla Festa di 
San Giovanni solennemente festeggiato come ogni anno quando il 26 luglio del 1956 
l'Andrea Doria fu speronato e affondato 
dalla Stockholm. Il parroco Gugliotta fu molto impressionato da quella tragedia che sfiorò Pozzallo. Il marinaio Raffaele Scala, 
"Capo lancia dell'imbarcazione n. 5 effettuò un laborioso viaggio, con carico di naufraghi, diretto sul piroscafo "Cape Ann", quindi ritornato nei pressi del "Doria" restò fino all'ultimo a disposizione del Comando.
" (Commissione Speciale d'Inchiesta Formale sul sinistro della T/N Andrea Doria). 
Dall'anno successivo l'immaginetta riporta la Doria alle spalle di San Giovanni Battista, Patrono di Pozzallo, degli Emigrati che con le navi andavano in America e dei Marinai che quelle navi conducevano e conducono tutt'ora. La Doria aveva al comando un genovese, 
Pietro Calamai, diplomato dalla mia scuola, il Nautico San Giorgio e partì per il suo ultimo viaggio da Genova che ha per Patrono 
San Giovanni Battista...

30 maggio 2021

In quale anno è nato Gesù? E quando è stato crocifisso? (No, non aveva 33 anni)


Chi ipotizza di celebrare il bimillenario della morte di Cristo nel 2033 compie, con ogni probabilità, un errore: ecco cosa pensano oggi gli storici sull’anno di nascita di Gesù, e a 
quale età sarebbe stato crocifisso



CITTÀ DEL VATICANO — Di recente ne ha parlato il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Qualche tempo prima ne aveva accennato anche Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio. Già si comincia a pensare al modo di celebrare il «bimillenario della morte di Cristo» nel «2033». Ma nessuno sembra sospettare che, in realtà, si arriverebbe con tre anni di ritardo. 
Certo la sostanza non cambia.

Però lo sa la Chiesa, lo sanno gli studiosi: Gesù non fu crocifisso nell’anno 33 e, quando morì, non aveva trentatré anni.

Le discussioni non mancano, ma la data considerata più probabile è venerdì 7 aprile dell’anno 30. Con buona pace della tombola («gli anni di Cristo!») e delle simbologie legate al numero 33, a quanto pare Gesù, quando morì, 
di anni ne aveva 36. Tutto dipende dal fatto che quindici secoli fa, quando si definì l’ «era cristiana», si è sbagliato a calcolare la data della nascita e, di conseguenza, quella della morte. Cominciamo dal principio.

Gesù, nato «avanti Cristo» I quattro Vangeli non indicano né la data di nascita né la data di morte di Gesù. Ma sappiamo che Erode il Grande, re di Giudea, muore nel 4 avanti Cristo. Quindi Gesù non può essere nato più tardi. Suonerà strano, ma il Cristo è nato «avanti» se stesso, o almeno il se stesso del calendario. Perché, a seguire il racconto di Matteo (2,16), quando Gesù nasce Erode è ancora vivo: ed è lui che, dopo aver saputo dai Magi della nascita di quel bimbo che chiamano «re dei Giudei», ordina di uccidere tutti i bambini «da due anni in giù», segno che il bimbo non era appena nato. C’è da considerare anche il periodo tra la fuga in Egitto di Maria e Giuseppe con il bimbo e il ritorno, quando nel racconto evangelico un angelo appare in sogno a Giuseppe e gli dice di rientrare nella terra d’Israele «perché sono morti quelli che cercavano di uccidere il bambino», cioè Erode.

A complicare la faccenda, e a far ballare un altro anno, c’è da dire che l’ «anno 0» dell’era cristiana non esiste: per quanto oggi ci possa sembrare assurdo, il calcolo passa direttamente dall’1 avanti Cristo all’1 dopo Cristo. E questo perché, quando il monaco Dionigi il Piccolo definì a Roma all’inizio del VI secolo la datazione «Anno Domini», non esisteva ancora il concetto di zero, che in Occidente viene trasmesso solo nel 1202 dal Liber abbaci del grande matematico pisano Leonardo Fibonacci: la parola «zero» è la versione toscana del latino zephirum con il quale Fibonacci aveva reso l’arabo sifr, diffondendo in Europa la numerazione indo-araba che usiamo oggi grazie soprattutto all’opera del matematico persiano Muhammad ibn Musa al Khwarizmi, vissuto tra l’VIII e il IX secolo dopo Cristo

A farla breve, insomma, la gran parte degli studiosi colloca la nascita di Yehoshua ben Yosef, Yeshùa nella forma abbreviata, intorno agli anni 6-7 avanti Cristo.

Come è nato l’errore? Del resto, che ci sia stato uno sbaglio non è un mistero e la Chiesa ne è consapevole. Ne parlò pubblicamente San Giovanni Paolo II durante un’udienza generale del mercoledì, il 14 gennaio 1987: «Per quanto riguarda la data precisa della nascita di Gesù, i pareri degli esperti non sono concordi. Si ammette comunemente che il monaco Dionigi il Piccolo, quando nell’anno 533 propose di calcolare gli anni non dalla fondazione di Roma, ma dalla nascita di Gesù Cristo, sia caduto 
in errore. Fino a qualche tempo fa si riteneva che si trattasse di uno sbaglio di circa quattro anni, ma la questione è tutt’altro che risolta». In effetti, molti studiosi propendono per sei.

Ma com’è possibile che si sia sbagliato? Il monaco Dionigi il Piccolo era un grande erudito ma a quanto pare si ingannò nel tradurre dal greco un passo fondamentale di Luca, l’indicazione cronologica più precisa dei Vangeli, all’inizio del capitolo 3: «Nel quindicesimo anno di governo di Tiberio Cesare», Giovanni comincia a battezzare nel Giordano. Gesù lo raggiunge, viene battezzato e comincia il suo ministero pubblico, si legge nel versetto 23, quando archómenos hosèi etôn triákonta, aveva «circa» (hosèi) trent’anni. Dionigi tradusse come se fossero trent’anni o quasi trent’anni, secondo le interpretazioni, e in base alla cronologia romana di Tiberio calcolò come data di nascita 
il 25 dicembre del 753 dalla fondazione di Roma, fissando come anno 1 dell’era cristiana il 754, un gioco da ragazzi. Ma sbagliato: in greco l’espressione «osei eton triakonta» indica un trentenne, non trent’anni precisi: e infatti, calcolano gli studiosi, Giovanni Battista inizia a battezzare nella regione del Giordano tra la fine dell’anno 27 e l’inizio del 28, e a quel tempo Gesù avrebbe avuto trentatré o trentaquattro anni.

E così si arriva all’errore nell’immaginare 
la data della morte. Seguendo la cronologia del Vangelo di Giovanni, che appare più corretta, Gesù e i discepoli si riuniscono per l’Ultima Cena la sera del giovedì, dopo il tramonto e quindi all’inizio del 14 di Nisan, il giorno di preparazione della Pasqua nel rituale ebraico. Il calendario ebraico calcola il ciclo lunare e la data della Pesach non è in un giorno fisso della settimana, come la domenica per la Pasqua cristiana. La Pasqua ebraica - che fa memoria di quando Dio «passò oltre» (pasàch, da cui Pesach) le case degli israeliti nella decima piaga dell’Esodo e quindi della liberazione del popolo di Israele dall’Egitto - quell’anno cadeva di sabato

.Considerato che Gesù è morto dopo i trent’anni, le date possibili erano soltanto due, corrispondenti ai due anni intorno al terzo decennio dopo Cristo nei quali Pesach era di sabato: l’anno 30 o il 33. Quando ancora non ci si era accorti dell’errore nel calcolare la nascita, si è pensato che l’anno 30 fosse troppo presto e che quello giusto fosse, appunto, il 33.

Ma se Gesù è nato tra il 6 e il 7 avanti Cristo, il 33 è troppo tardi, sarebbe morto quasi quarantenne. E allora non resta che l’anno 30. Ad essere precisi, per il bimillenario toccherebbe anticipare. A meno di voler mantenere la simbologia, come fece proprio Giovanni Paolo II celebrando solennemente il Giubileo del 2000, anche se sapeva che i duemila anni dalla nascita di Cristo erano in realtà già passati.

29 maggio 2021

Personaggi di Favara, u Miricaneddru


Chi partiva alla volta della “Merica”, alla fine del 1800 fino alla prima metà del 1900, nella stragrande maggioranza di casi, non ritornava, anzi altri pezzi della sua famiglia, anno dopo anno, andavano a ricomporre il mosaico del nucleo familiare nel Nuovo Mondo. Affrontavano enormi sacrifici, avvertiti come una sorta di passeggiata abituati come erano alla fame e al duro lavoro nei campi e nelle miniere del Paese d’origine. Chi ritornava godeva in città di grande considerazione ed era “ntiso” da tutti come u miracanu o a miricana. Il titolo si estendeva agli ascendenti e ai discendenti, si era figlio, moglie, fratello o sorella du miricanu. Personalmente ero “ntisu” come il figlio da miricana, mia madre fece parte, per fortuna o per sfortuna, dei pochi a fare ritorno. Giuseppe Maurizio Piscopo ci racconta la storia di uno dei pochi favaresi ritornati dall’America a Favara. F. P.


Nella discesa che porta dalla Matrice a Piazza Cavour, uno degli angoli più poetici e suggestivi di Favara, c’era una volta un negozio di scarpe.

Era quello di u miricaneddru un tipo molto eccentrico che vestiva all’americana e ogni tanto masticava qualche parola di inglese, famose le sue scarpe bianche e le giacche a righe.

Un giorno arrivò da lui un favarese che era stato qualche settimana a Bruccolino e per vanità gli voleva far sentire che in poco tempo aveva imparato l’americano, quando lui l’ascoltò, quasi infastidito dalla pronuncia, lo fermò subito con una frase ad effetto ed un sorriso di scherno, lui che sorrideva raramente gli disse:-“Take the bread on the mouth” che tradotto significa mettici pani m’bucca, come dire vedi di parlare come ti ha insegnato tua madre!

Oggi al posto di quel negozio “storico” c’è un fioraio. U miricaneddru abitava in via Sottotenente Giglia. Gli piaceva molto cantare ed accompagnarsi con una vecchia chitarra, i vicini a quanto pare non gradivano la sua musica e spesso e volentieri nascevano discussioni e problemi, perché con i favaresi soprattutto al primo incontro bisogna trovare la chiave giusta, saper parlare e saper chiedere le cose con i giusti modi per ottenere qualcosa altrimenti è la fine per sempre! Si racconta che il campiere infastidito e nervoso per ragioni personali, dopo un’accesa discussione gli sfondò la chitarra in testa.

Un giorno e lo ricordo benissimo, come fosse ieri, con mia madre siamo andati nel suo negozio per comprare un paio di scarpe per la festa. Si avvicinava il Natale e a Favara come vuole la tradizione quel giorno i bambini mettono il vestitino e le scarpe nuove.

Il negozio era piccolo ed era strapieno di scarpe, sistemate ovunque alla rinfusa, una scatola sopra l’altra in maniera disordinata. Quel giorno nel negozio una signora molto “camurrusa”, cercava un paio di scarpe per il figlio Lilliddru, un bambino bello, grassottello e capricciosissimo, che stava mangiando un panino con la mortadella nel negozio e la cosa infastidiva non poco u Miricaneddru che guardò negli occhi la signora come a dirle. “Non lo sa che nel negozio non si mangia”? E la signora leggendo quello sguardo facendolo sentire a tutti, con voce decisa rispose: “E chi voli u picciliddru havi fami, havi a crisciri! Il bambino che dava grandi morsi a quel panino, ogni minuto chiedeva l’acqua alla mamma per non strafogarsi e ridacchiava ogni volta che u Miricaneddru era in difficoltà. Tutte le scarpe che aveva provato erano strette poiché aveva un piccolo problema al piede destro. Fu allora che u Miricaneddru, che spesse volte perdeva la pazienza con i clienti, prese la scala a forbice e salì per prendere un ultimo paio di scarpe che aveva sistemato molto in alto.

Andava di fretta perché aveva la casa piena e ogni scalino che saliva diceva forte: sei anni 28 sei anni 28 per ricordare la misura. Ora, forse perché aveva messo la scala male o non l’aveva fissata bene, aprendola di fretta, o per una storta al piede, ricordo che mentre era in alto in alto, fece un tonfo con la scatola che teneva ben stretta tra le mani.

Tutte le scarpe volarono come stracci, le scatole si aprirono facendo un grande rumore e creando lo scompiglio e il terrore fra i clienti. Chi si fici, chi si fici gridarono tutti? Per fortuna non ci fu bisogno del dottore. U Miricaneddru si alzò da terra sanguinante, disse delle parole incomprensibili in inglese e quel giorno si rifiutò di vendere le scarpe alla signora, che cacciò via e con voce ferma le disse:-“ Signu pi vossia scarpi un ci nn’è, si li issi accattari a n’antra banni nu Granmillanu o Carminu e si livassi davanti! Come in, come in disse rivolgendosi alle persone di fuori che erano accorse per godersi lo spettacolo! Le persone uscirono dal negozio stordite e strada facendo commentavano, chi mala iurnatu pi u Miricaneddru!

28 maggio 2021

A sciarra è ppà cùtra.

 


di GIUSEPPE GALFO

Quannu s'aspàrtievunu chiddu ca era scrittu 
u parucu mittìa a cùtra nivira nto tabùtu 
e circannu dàziu comu ri dirittu
ogn'unu rè parènti facìa finta i sìri mutu.
 mentri tuppuliàva a cui nun rispunnìa 
 nta stanza appiessu o muortu c'era na uciàta 
"vi incìstru a usazza e vi scurdastru i mìa" 
vanniàva na parenti ca si sintìa scùrdata.

 "A cùtra ri la nanna almenu ma tà ddàri" 
ricìa ccù vuci rutta tutta 'ncullariàta 
Marìa chi gran piccatu da cùtra ri lassàri 
 pinzàva cui avìa avùtu la sà parti rispittàta. 

 Rò parucu pì 'n cuntu a i parenti ciù vicìni 
 nessunu ca tagghiàva sta cura vilinùsa 
macàri cui avìa avutu i sacchetti sempri cìni 
armàva sempri sciàrri ppì stà binirìtta cùtra. 

GiGa 2021

24 maggio 2021

Per tutte le volte che hai detto "Botta ri sale": come nasce il modo di dire siciliano

      

Il sale, in Sicilia, ha dato da lavoro, è servito per scongiurare il malocchio ed è diventato pure un modo di dire tipico del nostro dialetto. E noi vi sveliamo qual è la sua origine

Chi non ha mai sentito l’espressione 
botta ri sale? Da che mondo è mondo l’uomo ha sempre avuto un rapporto di dipendenza dal sale che risale dai tempi della preistoria.

Per esempio, anni fa grazie ad una borsa di studio mi trasferii per un periodo a Cambridge, in Inghilterra. Poi, giunto luglio, le belle giornate, e i saldi, la famiglia mi fece una sorpresa e mi venne a trovare portandosi appresso pure mio nonno. E un giorno, proprio durante questo periodo, in cui le vetrine erano tempestate di targhette con scritto “sale" (è questa la parola anglosassone che sta per sconto), e io mi trovavo a passeggio con il mio capostipite, all’improvviso arrivò la chiamata dal continente (Italia).

Era mia nonna che finalmente aveva rintracciato il disgraziato di mio nonno che da quando era partito s’era dato alla bella vita e non si era fatto più sentire: “Pino” (questa è mia nonna) “perciò, com’è sta Inghilterra?”. “Mah,” (questo è mio nonno) “piove sempre e vendono sale na tutti i negozi!”.

Bene di prima necessità e di antichissima tradizione, il sale, arriva fino a noi rimanendo pressoché inalterato nella sua importanza e moltiplicando i suoi usi. E questa cosa la diceva pure l'uomo del sale, l’ambulante, quello di “quando mi cercate non mi trovate” che, quando voleva proprio mettere i puntini sulle “i”, non dimenticava mai di precisare che “prima ri l’ogghiu ci vuoli u sali”, cioè ne rimarcava l’importanza antecedendolo perfino all’olio.

Che poi, l’uomo del sale, l’ombrellaio, l’arrotino, e “aggiustiamo cucine a gas” (questo non si è mai dato un nome d’arte), non si è capito mai se erano tutti una famiglia o se piuttosto era sorta di lega/corporazione tipo Avangers per i supereroi.

Comunque, ha dato da mangiare, ha dato lavoro, è servito per scongiurare il malocchio, è stato pure in discoteca (vedi il tormentone “sale sale e non fa male”) - forse non è proprio l’esempio più calzante - e in Sicilia, ovviamente, è finito per diventare pure un modo di dire (botta ri sale appunto) che indica: stupore, spavento e, nei casi più estremi, viene anche usato come 
mandata a quel paese:“botta ri sale a tia”.

Ma qual è l’origine di questo modo dire? A parte il nostrano Giuseppe Pitrè (santo subito!) che ha dedicato l’intera vita allo studio delle nostre tradizioni svelando numerose zone d’ombra, la scienza ufficiale (ufficiosa forse) che si occupata della materia, tutto ha rintracciato tranne l’origine di questo modo dire che, fino ad oggi, si è spiegato per supposizioni e sommi capi.

Una delle tesi più accreditate è quella legata alla raccolta di sale nelle miniere di salgemma. 
Tre miniere ci sono in Sicilia, quelle di Realmonte e Racalmuto (in provincia di Agrigento) e quella Petralia Soprana (provincia di Palermo). Ecco, a tal proposito, si racconta che durante il turno di lavoro, faticoso ed estenuante, proprio i minatori, quando capitava che sbattevano lo strombolone (la testa) nelle dure pareti saline, erano soliti esclamare "botta di sale!".

Bella questa versione, quasi romantica, ma è vera? Questo non lo possiamo sapere. Tuttavia, e questo è solo mio parere, da siciliano posso affermare che, considerando il tenore di vita dei minatori, l’orario in cui si svegliavano, la fatica che facevano, e quanto guadagnavano, laddove qualcuno avesse sbattuto lo strombolone, sarebbe stato più facile sentirgli nominare tutti i santi in ordine alfabetico, piuttosto che sentirgli esclamare l’espressione “botta ri sale!”.

Se proprio volessimo fare un’analisi di altro tipo, tanto perché abbiamo due minuti da perdere, dovremmo considerare che, specie nel 
Medioevo e nel Rinascimento (periodi in cui assembramenti e tavolate - vedi i banchetti - erano quasi disciplina olimpica), la cucina ha cominciato a orientarsi verso le associazioni: dolce uguale ricco - salato uguale povero.

E per rinforzare tale tesi potremmo benissimo prendere in esempio il fatto che, giusto a Palermo, c’è un quartiere che prende il nome da questo rapporto cibo-ricchezza: il 
quartiere di Falsomiele.

Anticamente, infatti, questa zona era piena di appezzamenti di cannamele (canne da zucchero) dalla quale, attraverso una lavorazione, si estraeva una sostanza simil miele che prendeva il nome di “falso miele” (ovvero miele dei poveri, perché il miele quello vero era cosa per persone con i picciuli).

Altro che il caffè essiccato nella pasta di Cracco, altro che la provola nella triglia di Cannavacciuolo, se andaste a controllare un qualche menù del tempo (in rete si trovano) vi rendereste conto dell’uso smodato che si faceva di zucchero e miele addirittura nelle portate principali e negli arrosti.

Questo significa che: a) ci deve deve essere stata un’epidemia di diabete e non ce ne siamo accorti. b) volendo ben pensare quello King Kong in “Mery per sempre” ai tempi sarebbe già stato un sorriso smagliante.

Per contrapposizione, se i ricchi mangiavano zucchero, i poveri mangiavano sale (vedi anche l’espressione “manciarsi l’ossa cu sali” cioè mangiarsi le ossa con il sale, che indica proprio povertà o essere rimasti senza niente).

Il sale a tal proposito serviva al posto del nostro frigorifero per conservare le vivande.
 E se i ricchi si potevano permettere di mangiare la selvaggina appena cacciata, i poveri mangiavano carne essiccata e, forse forse, quando finiva rimanevano solo e soltanto le “ossa cu sali”.

Provate ad immaginare di un marinaio in navigazione a cui dopo giorni di mare, vento, salsedine, viene servito per pranzo una porzione di carne secca sotto sale. 
Siete lì, belli come il sole, state sbummichiando dalla fame, e cafuddate un morso per tutte le ruote.

 Cosa mai potreste mai esclamare? Facile: n’chià botta ri sali!


Biagia - Silvana ❤ La Storia di Pozzallo_3 Silvana La Pira_3

                         - Silvana La Pira -

anticamacina

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